Blade Runner, l’unico

Il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere (P.K. Dick su Blade Runner di R. Scott)

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«Lungo, noioso, vuoto. Una tragedia cosmica. Blade Runner 2049 è semplicemente un film non riuscito. Impossibile qualsiasi paragone con il capolavoro del 1982». Luigi Cimmino, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Perugia e curatore di numerosi saggi, commenta così la visione del film di Villeneuve. Tra i suoi più recenti lavori Umanesimo e rivolta in Blade Runner, con Alessandro Clericuzio e Giorgio Pangaro, del 2015, uno dei gioielli della collana di cinema edita da Rubbettino e diretta da Christian Uva. La monografia mette a confronto Philip K. Dick e il suo romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, con il film di Ridley Scott analizzando contesti, riferimenti filosofici e religiosi e, soprattutto, l’ispirazione visionaria dell’uno e dell’altro. Un saggio che si avvale di tanti autorevoli contributi, tasselli di un mosaico tra letteratura e cinema dove le differenze tra il libro e il film, sottolineate e ben analizzate, riportano all’unicum costituito dalle atmosfere magnificamente descritte da Dick e magicamente riprodotte da Scott.

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Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza genio, scriveva Servio tra il IV e il V sec. d.C. Il genio, lo spirito dei luoghi e delle persone. E Francesco Bevilacqua, “cercatore di luoghi dimenticati”, come lui stesso si definisce, viaggia, esplora e scrive in perenne ricerca del nume che vivifica la natura. Un rapporto quasi simbiotico il suo con montagne, boschi, acque e paesi sepolti dal tempo. Instancabile percorre la Calabria dalle mille fascinazioni fotografando ogni luogo e annotando descrizioni, riflessioni, sentimenti. Sulle tracce dei viaggiatori del Grand Tour o alla scoperta di angoli reconditi. Ne è nata una produzione fotografica e letteraria ampia e ricca. Ci soffermiamo con l’autore su Genius Loci – Il dio dei luoghi perduti (edito da Rubbettino, come gran parte dei suoi libri), trattato breve e denso sull’essenza profonda e ancestrale della natura e dei luoghi.

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Come si sono modificati nel tempo il concetto e l’idea del Genius lociC’è stato innanzitutto un nascondimento. Il genio custode dei luoghi, questa divinità che prima, nella religiosità greco-romana, permeava città, campagne, boschi, fiumi, montagne, con l’arrivo del cristianesimo è divenuta incubica, sotterranea.

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L’uomo e il cane nella letteratura medievale

Definire il ruolo del cane nella letteratura medievale italiana non è semplice, perché entrare nel mondo del Medioevo può significare immergersi nell’universo dell’immaginario, della fiction e della menzogna (….). In tutto questo il cane è rimasto fedele, rassegnandosi alla storia dell’uomo e alla Bellezza di ogni sua arte. Un’attesa messianica, in cui il cane rimanda anche di morire, come Argo per Ulisse, pur di realizzare l’unico scopo della sua esistenza: rivedere il suo compagno umano un’ultima volta ancora.

 

Marco Iuffrida, dottore di ricerca in Storia Medievale, è autore del saggio Cani e uomini – Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016). Studioso dell’interazione uomo-animale, partecipa al dibattito e alla ricerca internazionale. Lo abbiamo intervistato sull’argomento. 

A parte la caccia, quale è il mezzo che nel Medioevo amplifica e solidifica il rapporto uomo-cane? In quel periodo quali altre espressioni rintracciamo di questo legame e in quali testi lo verifichiamo? Quello tra uomo e cane è un connubio che ha percorso la storia e che dura tutt’ora. Come noi, oggi, non possiamo ridurre la compagnia del cane a semplice “moda”, tanto meno possiamo farlo per epoche come il Medioevo e il Rinascimento. La presenza del cane nella vita quotidiana del tempo non si ferma certo all’impiego di questo animale in attività come la caccia. In quei secoli emerge – ma è un processo che parte migliaia di anni prima – un forte sodalizio “sacro” del cane con molte religioni. Continua a leggere

“Racconto i popoli ai margini”: la montagna e le minoranze nei libri di Criaco

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Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco

Sto per riprendere il cammino, sento nuovamente quel verso, lo stesso che ho sentito durante la tormenta di neve, è solo più acuto e prolungato della volta precedente. Deve essere vicinissimo. Non c’è dubbio è l’ululato di un lupo. Poi lo vedo. Esce dal bosco, entra nel sentiero e si ferma in mezzo al passo. Distinguo nitidamente i suoi grandi occhi gialli. È una bestia magnifica, con piedi e testa giganteschi. Lancia un altro ululato e corre via. (La memoria del lupo, Gioacchino Criaco, in L’Agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino, Feltrinelli 2017)

«L’Agenda è un viaggio di ritorno che mette in fila le certezze di una vita e le trasforma in dubbi. “Ho fatto la scelta giusta?” è la domanda che si pongono i protagonisti della mia storia. E il dubbio, secondo me, riportava a casa della madre il giudice, che ne usciva rafforzato, convinto». Gioacchino Criaco, insieme a Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva ed Evelina Santangelo, è uno dei sette autori per Borsellino, nell’opera curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano per Feltrinelli. A 25 anni dall’uccisione del magistrato e della sua scorta, un progetto voluto dall’associazione culturale L’Orablù di Milano, per ricordare e riflettere. La famosa agenda rossa di Borsellino sparì misteriosamente subito dopo l’attentato del 19 luglio 1992. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. L’Agenda ritrovata, simbolicamente, ha viaggiato da giugno a luglio di regione in regione, in una ciclo-staffetta della memoria, su terreni scomodi, accidentati e tortuosi. Un cammino a tappe fino all’arrivo a Palermo il 19 luglio. Quella raccontata per l’occasione da Criaco è una storia di mistero e introspezione, sospesa tra il sogno e il ricordo, nella ricerca dell’autenticità delle proprie radici. Con lui parliamo di storie e di scrittura. Continua a leggere

la bellezza

Dei tre concetti che utilizziamo e che sono stati utilizzati da quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla sua vita e sulla realtà in generale, ossia il vero, il giusto e il bello, quest’ultimo è probabilmente quello che utilizziamo di più, anche inconsapevolmente. Lo utilizziamo di più perché noi abitiamo lo spazio e abbiamo continuamente l’esigenza di darne una valutazione estetica. Utilizziamo di più il concetto di bellezza, anche inconsapevolmente, per esprimere un giudizio sulla qualità dello spazio che abitiamo e per cercare di comprenderne il valore. Mentre l’uso della categoria estetica del bello ha quasi una propria immediatezza, molto più complesso è l’uso delle categorie del vero e del giusto. Questa complessità che appartiene al vero e al giusto ha messo, almeno in parte, al riparo questi concetti dalla totale soggettivizzazione cui è stata sottoposta, invece, la bellezza. In fondo tutti si sentono autorizzati a dire cosa sia bello e cosa non lo sia. Anzi, c’è addirittura un modo di dire molto semplice, secondo il quale non è bello quel che è bello, ma è bello ciò che piace. La qual cosa è una sciocchezza, perché ci piacciono cose orribili che però si ritengono belle (Stefano Zecchi).                 

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La bellezza in rapporto con la scienza e con il mistero; la bellezza dello spirito e del pensiero scientifico arcaico; la bellezza del suono e del creato. Queste e molte altre “connessioni” in un’affascinante indagine sul tema nel volume collettaneo la bellezza, edito da Rubbettino, con umanisti e scienziati a confronto. Ne parliamo con Michele Farisco, curatore dell’opera, autore di libri e articoli di filosofia del post-umano e delle implicazioni filosofiche, etiche e legali della genetica e delle neuroscienze.

Cosa emerge dagli autorevoli contributi del saggio (Zecchi, Zichichi, Remuzzi, Tibaldo e molti altri) sulla bellezza nei tempi moderni? Emerge anzitutto che la bellezza si dice in molti modi e in diversi linguaggi: dalla spiritualità alla cosmologia, dalla storia alla politica, dalla musica all’architettura, dall’arte alla letteratura, dalla genetica alla fisica. Potremmo dire che la bellezza è il terreno comune sulla base del quale è possibile pensare un reciproco dialogo tra le diverse forme del sapere.  Continua a leggere

Le petit juge di Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi nel suo studio, a Palmi – foto Pino Mangione

Il giudice “meschino” Alberto Lenzi conquista i lettori francesi. Da poco è uscito oltralpe il terzo episodio. «In Francia si legge più che in Italia e il noir è riuscito a ottenere i “gradi letterari” che ancora qui non vengono riconosciuti appieno» dice lo scrittore calabrese.

“Le petit juge”, così lo chiamano in Francia il suo “giudice meschino”, uomo della legge alla ricerca di inquietanti verità passando attraverso i più oscuri anfratti del crimine. Indolente, indisciplinato, amante delle belle donne, solo apparentemente distratto rispetto all’intrecciarsi di vicende a metà tra il poliziesco e il thriller. E i transalpini, maestri del genere, se ne sono innamorati. Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera francofona: un mercato estero di tutto rispetto per Mimmo Gangemi, tradotto e pubblicato dalla parigina Editions du Seuil, tra le più prestigiose case editrici francesi.

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In Val Grande come in Aspromonte: Fabrizio Ferracane protagonista del film “La terra buona”

Dopo Anime nere, nuovi importanti impegni per l’attore siciliano che ha dato il volto al tormentato Luciano del film tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco (edito da Rubbettino). «L’incontro con Munzi è stato per me un momento topico»

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Dall’Aspromonte alla Val Grande, in un borgo abbandonato, a oltre mille metri di altezza. Questa volta nel profondo nord. «Un mese immerso nella natura incontaminata, selvaggia, e dentro mi sono ritrovato echi di Anime nere». Torna a misurarsi con ambienti estremi e una storia intensa Fabrizio Ferracane: La terra buona di Emanuele Caruso, di prossima uscita. «Nel cuore inaccessibile del Piemonte mi sono sentito un po’ come ad Africo Vecchio, nelle altezze impenetrabili della Calabria che sono state per me l’indimenticabile set del film di Munzi» dice l’attore siciliano.  Continua a leggere

La figlia del Maresciallo, un racconto di Francesco Perri

Erano ricevitorie di terza classe che emettevano sì e no una quarantina di vaglia all’anno, e dove i contadini si recavano dal ricevitore con un paio di scarpe grosse in un pacco, chiedendo che venissero spedite per telegrafo. (…) Se dovessi narrarvi le avventure comiche che mi capitarono durante quelle visite, potrei comporre un libro: ma voglio invece narrarvene una tragica.

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Tutto nel breve spazio di poche cartelle dattiloscritte. Tutto in pochi sapienti tratti narrativi. E ogni personaggio appare vivido e compiuto, così come la storia raccontata. La figlia del maresciallo di Francesco Perri (Careri, 1885 – Pavia, 1974) uscì sulla Domenica del Corriere nel 1930. In quell’anno Perri, che viveva a Milano, aveva già perso il lavoro alle Poste con l’accusa di antifascismo e il suo romanzo sulle rivolte in Lomellina, I conquistatori, era stato bruciato in pubblica piazza, a Roma. Intellettuale militante, lo scrittore subì processi e patì il carcere, ma mantenne sempre una straordinaria coerenza di idee, sempre dalla parte dei più deboli, tanto nella sua terra natia quanto al nord. E sempre continuò a raccontare la Calabria, in pagine e pagine dense di impegno civile e di intenso lirismo. Continua a leggere

Michele, l’altro

di Gioacchino Criaco*

Michele l’altro non l’Intenditore. Sembra uno scherzo da romanzo di serie c, Michele e il suo opposto. Quello che vince sempre e quello che per vincere deve sacrificare tutto. “Michele l’intenditore” era il protagonista di uno spot in coda agli anni Ottanta: l’uomo di successo che della vita conosce ogni risvolto, bello, simpatico, sportivo, manageriale. Il vincente figliato dallo yuppismo che il tempo di un brindisi alcolico e s’intorta la gattaviva belloccia e di successo, anche se sposata. E “Michele l’altro”, quello dei giorni nostri, di Udine, che ai giorni nostri ha fatto una pernacchia.  Continua a leggere