“La maligredi”, c’era una volta il Sud

di Alessia Principe*

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C’era una volta il Sud, polvere masticata in bocca quando si alzano troppo i tacchi, i calzoni a metà coscia, la figura smilza e pelle e ossa della prima adolescenza che sgambetta in fretta. E nella corsa, la gioventù con le ginocchia sbucciate, dimentica molte cose ma si porta appresso impresse e incollate le immagini delle feste, delle fiere, il paese illuminato, l’odore delle caramelle un po’ prese a moneta un po’ sgraffignate con astuzia, il profumo circense del mais sbruciacchiato dagli zingari che la sanno lunga lunga, e giocano con i paesani prendendoli anche per i fondelli quando quelli cercano di batterli nei giochi di maestria. La giovinezza è fatta di episodi che trovano posto nella memoria e scansano gli altri più in fondo, negli ultimi cassetti: resta una coda di volpe strappata via a una giostra, una scommessa vinta per un pelo, la gioia di averla fatta a tutti, anche ai grandi, la sensazione di essere vincenti e che tutto il resto è una discesa da fare in bici con i piedi alzati e le mani sul manubrio per festeggiare.

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“Un giorno di questi”, la Napoli potente e visionaria di Ciriello

Napoli è molto più grande della mia immaginazione, fin da bambino sapevo che anche da vecchio non sarei mai arrivato a conoscerla tutta, con le sue persone sospese, voce ’e notte. Generazioni di voci di notte, anime in pena che colavano via lungo scale e strade, per riversarsi in mare, per trovare uno sbocco, un orizzonte, aspettando sempre una luce, la magnanimità di un altro: santo o Dio che fosse, tra gli spari di una gioventù sempre più rumorosa col passare del tempo, così diversa dalla mia. Fenesta ca lucive e mo nun luce.

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Vesuvius – Andy Warhol

Napoli negli anni Ottanta del secolo scorso. Luogo di eccessi e grandezza, palcoscenico estremo del bene e del male, infinito mutare di tinte sempre accese. Così la racconta Marco Ciriello nel suo Un giorno di questi (Rubbettino), romanzo per frammenti, narrazione libera e sorprendente nello stile e nei contenuti, rievocazione storica, sociale, immaginifica. Ciriello, classe 1975, giornalista e scrittore, quegli anni li ha vissuti da bambino, ma li racconta nei panni adulti di un cronista, chiedendo storie e memorie a chi davvero è stato giornalista di punta nella Napoli di allora, come Francesco Palmieri. Storie vere ma pure l’universo visionario di Ciriello, le fascinazioni di un mondo conosciuto attraverso altri occhi eppure sentito in maniera tanto vivida da ricordarlo e raccontarlo con nostalgia rabbiosa, dolente, ironica.

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Epepe

Anche alla reception dell’albergo c’erano molte persone in attesa. Budai dovette mettersi in coda e quando finalmente si trovò davanti al portiere, un uomo con i capelli grigi in uniforme scura, alle sue spalle una famiglia chiassosa e carica di bagagli, composta da padre, madre e tre bambini agitati, cominciò a pressarlo con impazienza e perfino a urtarlo: a quel punto successe tutto rapidamente, quasi suo malgrado. Parlò di nuovo in finlandese, ma il portiere non lo capiva, allora provò in inglese, in francese, in tedesco, in russo, senza successo: il portiere rispose in un’altra lingua che Budai non aveva mai sentito. 

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Maurits Cornelis Escher – Altro mondo (litografia)

Un luogo non-luogo dove si parlano tante lingue quante sono le innumerevoli persone che vi abitano. Ciascuno la propria, almeno così pare a Budai, linguista (!) ungherese, che diretto a Helsinki per un congresso si ritrova in una metropoli sconosciuta e affollata, senza possibilità di uscita. Soprattutto, senza possibilità di capire ed essere capito. Di fronte a qualcosa che a volte non pare neppure una lingua, ma solo un miscuglio di suoni gutturali, sillabazioni e poco altro. Nulla che permetta all’insigne professore una benché minima ricostruzione alfabetica. Un’enorme città-labirinto, sovraffollata, con chilometriche file d’attesa ovunque, rumorosa e inconcludente, con facce sempre nuove e tutte diverse, dai connotati razziali confusi e sovrapposti. Il paradosso della solitudine estrema in mezzo a una folla che sembra quasi traboccare e straripare per precipitare nel dramma dell’impossibile comunicazione.

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Divertimenti seri e buffi

Le riflessioni morali di Dufresny nella collana del CESPES edita da Rubbettino Intervista a Giuseppe Pezzino

(…) per Dufresny, divertirsi significa cercare il modo più piacevole di colmare, col vino della risata, il calice di un’esistenza che odora di finitudine e di morte. E poiché «la vita stessa non è che un divertimento in attesa della morte», divertirsi divertendo i suoi lettori è forse il modo meno brutto d’ingannare il tempo, sostituendo al desiderio deludente della durata il fascino del gioco e il piacere dell’istante (G. Pezzino)

CharlesDufresnyIl 3 novembre 2015 nasce il CESPES, Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento dell’Università di Catania. È il punto di arrivo di un lungo lavoro preparatorio, che ha visto i professori Giuseppe Pezzino e Maria Vita Romeo (oggi direttrice del Centro) impegnati nell’elaborazione e nella realizzazione di un progetto che, coniugando il momento della ricerca con quello della didattica, mirava all’approfondimento di alcuni aspetti del pensiero filosofico e scientifico di Blaise Pascal. Lavoro iniziato nel 2003, caratterizzato da un’intensa attività seminariale, in sinergia con l’Université B. Pascal di Clermont-Ferrand, la Società Filosofica Italiana e il Fondo Sociale dell’Unione Europea, che ha man mano consacrato Catania come uno dei centri pascaliani di livello internazionale. Ricordiamo per le Giornate Pascal,«L’incerto potere della ragione» (2003); «Abraham: individualità e assoluto» (2004); «Il moderno fra Prometeo e Narciso» (2005); convegno internazionale «Port-Royal e la filosofia» (2010); convegno internazionale «Ricchezza e importanza degli Opuscoli pascaliani» (2016). Il Centro, oltre ad avere un buon numero di sostenitori fra studiosi e studenti, è oggi affiancato da un’autonoma associazione, “Amici del CESPES”, presieduta dal professore Francesco Belfiore.

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Grazie, Sunset Boulevard

Il collega e amico Antonio Falcone, autore del blog “Sunset Boulevard – Un luogo, un’ispirazione”, mi ha nominata nell’ambito del Blogger Recognition Award: un modo per condividere temi ed esperienze oggetto di narrazione nei blog. Gli sono perciò grata per l’attenzione a “Connessioni” e con piacere rispondo ai cinque punti previsti dal regolamento:

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Blade Runner, l’unico

Il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere (P.K. Dick su Blade Runner di R. Scott)

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«Lungo, noioso, vuoto. Una tragedia cosmica. Blade Runner 2049 è semplicemente un film non riuscito. Impossibile qualsiasi paragone con il capolavoro del 1982». Luigi Cimmino, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Perugia e curatore di numerosi saggi, commenta così la visione del film di Villeneuve. Tra i suoi più recenti lavori Umanesimo e rivolta in Blade Runner, con Alessandro Clericuzio e Giorgio Pangaro, del 2015, uno dei gioielli della collana di cinema edita da Rubbettino e diretta da Christian Uva. La monografia mette a confronto Philip K. Dick e il suo romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, con il film di Ridley Scott analizzando contesti, riferimenti filosofici e religiosi e, soprattutto, l’ispirazione visionaria dell’uno e dell’altro. Un saggio che si avvale di tanti autorevoli contributi, tasselli di un mosaico tra letteratura e cinema dove le differenze tra il libro e il film, sottolineate e ben analizzate, riportano all’unicum costituito dalle atmosfere magnificamente descritte da Dick e magicamente riprodotte da Scott.

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Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza genio, scriveva Servio tra il IV e il V sec. d.C. Il genio, lo spirito dei luoghi e delle persone. E Francesco Bevilacqua, “cercatore di luoghi dimenticati”, come lui stesso si definisce, viaggia, esplora e scrive in perenne ricerca del nume che vivifica la natura. Un rapporto quasi simbiotico il suo con montagne, boschi, acque e paesi sepolti dal tempo. Instancabile percorre la Calabria dalle mille fascinazioni fotografando ogni luogo e annotando descrizioni, riflessioni, sentimenti. Sulle tracce dei viaggiatori del Grand Tour o alla scoperta di angoli reconditi. Ne è nata una produzione fotografica e letteraria ampia e ricca. Ci soffermiamo con l’autore su Genius Loci – Il dio dei luoghi perduti (edito da Rubbettino, come gran parte dei suoi libri), trattato breve e denso sull’essenza profonda e ancestrale della natura e dei luoghi.

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Come si sono modificati nel tempo il concetto e l’idea del Genius lociC’è stato innanzitutto un nascondimento. Il genio custode dei luoghi, questa divinità che prima, nella religiosità greco-romana, permeava città, campagne, boschi, fiumi, montagne, con l’arrivo del cristianesimo è divenuta incubica, sotterranea.

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L’uomo e il cane nella letteratura medievale

Definire il ruolo del cane nella letteratura medievale italiana non è semplice, perché entrare nel mondo del Medioevo può significare immergersi nell’universo dell’immaginario, della fiction e della menzogna (….). In tutto questo il cane è rimasto fedele, rassegnandosi alla storia dell’uomo e alla Bellezza di ogni sua arte. Un’attesa messianica, in cui il cane rimanda anche di morire, come Argo per Ulisse, pur di realizzare l’unico scopo della sua esistenza: rivedere il suo compagno umano un’ultima volta ancora.

 

Marco Iuffrida, dottore di ricerca in Storia Medievale, è autore del saggio Cani e uomini – Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016). Studioso dell’interazione uomo-animale, partecipa al dibattito e alla ricerca internazionale. Lo abbiamo intervistato sull’argomento. 

A parte la caccia, quale è il mezzo che nel Medioevo amplifica e solidifica il rapporto uomo-cane? In quel periodo quali altre espressioni rintracciamo di questo legame e in quali testi lo verifichiamo? Quello tra uomo e cane è un connubio che ha percorso la storia e che dura tutt’ora. Come noi, oggi, non possiamo ridurre la compagnia del cane a semplice “moda”, tanto meno possiamo farlo per epoche come il Medioevo e il Rinascimento. La presenza del cane nella vita quotidiana del tempo non si ferma certo all’impiego di questo animale in attività come la caccia. In quei secoli emerge – ma è un processo che parte migliaia di anni prima – un forte sodalizio “sacro” del cane con molte religioni. Continua a leggere

“Racconto i popoli ai margini”: la montagna e le minoranze nei libri di Criaco

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Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco

Sto per riprendere il cammino, sento nuovamente quel verso, lo stesso che ho sentito durante la tormenta di neve, è solo più acuto e prolungato della volta precedente. Deve essere vicinissimo. Non c’è dubbio è l’ululato di un lupo. Poi lo vedo. Esce dal bosco, entra nel sentiero e si ferma in mezzo al passo. Distinguo nitidamente i suoi grandi occhi gialli. È una bestia magnifica, con piedi e testa giganteschi. Lancia un altro ululato e corre via. (La memoria del lupo, Gioacchino Criaco, in L’Agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino, Feltrinelli 2017)

«L’Agenda è un viaggio di ritorno che mette in fila le certezze di una vita e le trasforma in dubbi. “Ho fatto la scelta giusta?” è la domanda che si pongono i protagonisti della mia storia. E il dubbio, secondo me, riportava a casa della madre il giudice, che ne usciva rafforzato, convinto». Gioacchino Criaco, insieme a Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva ed Evelina Santangelo, è uno dei sette autori per Borsellino, nell’opera curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano per Feltrinelli. A 25 anni dall’uccisione del magistrato e della sua scorta, un progetto voluto dall’associazione culturale L’Orablù di Milano, per ricordare e riflettere. La famosa agenda rossa di Borsellino sparì misteriosamente subito dopo l’attentato del 19 luglio 1992. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. L’Agenda ritrovata, simbolicamente, ha viaggiato da giugno a luglio di regione in regione, in una ciclo-staffetta della memoria, su terreni scomodi, accidentati e tortuosi. Un cammino a tappe fino all’arrivo a Palermo il 19 luglio. Quella raccontata per l’occasione da Criaco è una storia di mistero e introspezione, sospesa tra il sogno e il ricordo, nella ricerca dell’autenticità delle proprie radici. Con lui parliamo di storie e di scrittura. Continua a leggere