Lettere alla moglie di Hagenbach, o dell’oblio e della memoria – Incontro con Giuseppe Aloe

Sulle tracce di Hagenbach. O di sé stessi. Indagine estrema, tra le pieghe di vite consunte. Perdita dell’io e dell’altro. Giuseppe Aloe ci fa camminare lungo un filo sottilissimo e fragile, sempre lì lì per farci afferrare dalla concretezza del reale o pronto a lasciarci cadere nella follia visionaria, gaudente e dolente, senza stacchi, senza cesure, in dissolvenza narrativa, linguistica e mentale. Lettere alla moglie di Hagenbach, il suo nuovo, atteso romanzo (Rubbettino, collana Velvet) è il racconto di vite intrecciate, esistenze sospese tra anelito vitale e ripiegamento interiore, tra lucidità e follia.

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Pandemia e web, dialogo con Domenico Talia

Tra realtà e virtuale, tra scenari presenti e possibilità future, dialogo con Domenico Talia, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università della Calabria, autore di numerosi saggi tra cui La società calcolabile e i Big Data (Rubbettino). talia-bigdata

Siamo in una situazione “surreale” che solo sino a pochi mesi fa neppure avremmo immaginato e che coinvolge le nostre vite praticamente in tutti gli aspetti. Vogliamo qui approfondire i temi legati al web e alle tecnologie avanzate: la comunicazione sui social, le app, la privacy e le questioni legate alla salute e alle limitazioni della libertà. Per evidenziare lo scenario emergenziale attuale, facciamo cenno alla grande pandemia del Novecento, la Spagnola, che imperversò tra il 1918 e il 1920. Un confronto che vede l’epoca contemporanea completamente mutata con l’arrivo dirompente delle tecnologie. Quali riflessioni possiamo fare? La situazione è molto differente, è passato un secolo ma è come se fosse passato un millennio. Le paure probabilmente erano uguali a quelle di oggi, i rischi più o meno uguali, la diversità sta nella società che un po’ cambiata, ma l’impatto maggiore, la vera differenza la fanno le tecnologie, l’innovazione, la medicina e l’informatica. Il mondo vive una situazione surreale e noi ci siamo rifugiati nel virtuale che però ci permette di rimanere “connessi”, di sentirci una comunità.

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Luce del Nord, anime alla deriva nel romanzo di Bruni

La vita che ti rigetta. Non la società diseguale, la politica cieca, il mondo di corsa. Ma la vita. Tutte queste cose messe insieme e anche di più. Il senso di inettitudine, lo sforzo mai ripagato, la resa. Sono così Frank, Cristian ed Eva. Così è il mondo oscuro, strisciante e annientante dentro cui ci trascina Gianluigi Bruni con Luce del Nord (Rubbettino 2020, Velvet). Un mondo abbrutito, dolente, violento. Non ai margini, ma giù, oltre. A risucchiarci dentro non è la tana del coniglio di Alice, ma sono le strade sporche e buie delle periferie, il neon dei locali di terz’ordine, le stazioni ferrose dei treni che non passano più. Bruni_piatto

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“Anime nere” in Olanda, l’onda lunga del romanzo di Gioacchino Criaco

Camminavamo veloci, gli scivolavo dietro come una slitta trainata dai cani, era così da ore. (…) Attraversammo, nell’ordine, boschi di lecci, bassi e fitti, pieni di cespugli spinosi che a volte vincevano lo spessore degli abiti e segnavano le carni; strette file di pino comune, dove il pericolo era rappresentato dai rami bassi e secchi che cercavano inesorabilmente gli occhi…

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Africo Vecchio – Foto Francesca Casciarri

Dopo le traduzioni in francese, tedesco e inglese, ora arriva in Olanda. Anime nere, il romanzo duro quanto ammaliante di Gioacchino Criaco, edito da Rubbettino nel 2008, percorre le strade letterarie del mondo conquistando sempre più lettori. «Diamante nero della letteratura calabrese e mondiale», per lo scrittore francese Serge Quadruppani, che lo ha portato oltralpe; «urticante», secondo Luigi Franco, direttore editoriale della Rubbettino, che nella pila di manoscritti in lettura, sin dalle prime pagine, ha intuito la forza narrativa di Criaco e la potenza dirompente della storia; «viscerale» per Francesco Munzi, che ne ha fatto un film da nove David di Donatello.  Il nero è quello della miseria, della terra saccheggiata, dell’identità smarrita. Della montagna che cova il male. Africo e le sue pieghe scure di dolore, in un angolo stretto di Calabria, ma potrebbe essere un qualunque posto del mondo dove la disuguaglianza genera disperazione e perdizione. E i giovani protagonisti sembrano appartenere a ieri, ma in realtà sono figli di luoghi e tempi immobili. Un romanzo scritto in soli quattro giorni, ma sedimentato dentro per anni, messo insieme attraverso tasselli di rabbia e amore. Ne parliamo con lo scrittore.

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Fiorire nell’ombra guardando il cielo – Dialogo con Sonia Serazzi

Davanti al muro di casa nostra c’è un fico selvatico: era un virgulto quando i bimbi del quartiere lo steccarono con un legnetto per fargli sconfiggere il vento, poi stabilirono di innaffiarlo ogni sera. Le donne più anziane avrebbero voluto estirpare l’albero, con la scusa che le radici spaccano muri e strade, i rami e le foglie chiamano i fulmini, mentre col bel tempo tolgono luce, in più i frutti maturi cadono e sporcano l’asfalto. Ma alle vecchie rammentai che la pianta era nella nostra proprietà, e che doveva restarci, proprio perché per vivere sfidava cemento e bucava pietre. Ad Antonia Cristallo la discussione non interessava, ma si affacciò. “Rosamia ha ragione!” disse alle vicine. E Rosasua sono io.

cover serazzi

Rosa Sirace, ogni giorno, riporta su un’agenda le cose quotidiane, “la vita che faccio” dice. E racconta la bellezza dei giorni in un posto qualunque, a sud, in una dimensione sospesa tra realtà e sogno. Perché Rosa la vita la racconta, ma pure la inventa, la colora, in una maniera autentica, senza tradire il reale, anzi esaltandolo. Con lei, in un microcosmo caldo e vivido, si muovono Guido Sirace, Visconte di Verolea, Nicca Fiori, Baronessa di Babbumannu, Antonia Cristallo, nobili per “uno scherzo di famiglia”, poveri ma con la capacità di “alzare gli occhi in cerca di azzurro”. E tante altre figure che, pure nel breve spazio di poche pagine, acquistano subito importanza e spessore, attraverso gli occhi acuti di Rosa. Ma, soprattutto, attraverso la scrittura di bellezza assoluta ed essenziale di Sonia Serazzi, scrittrice dal forte impatto artistico e umano, capace di scovare tra le pieghe della vita la straordinarietà dell’ordinario. Nasce così Il cielo comincia dal basso, romanzo edito da Rubbettino nella collana “che ci faccio qui” diretta da Vito Teti, accolto con entusiasmo da pubblico e critica, premiato con numerosi riconoscimenti, tra i quali il primo posto nella sezione narrativa del Premio letterario Città di Siderno 2018, la menzione speciale al Premio letterario Mario La Cava 2018 e, di recente, il premio per la Cultura Mediterranea della Fondazione Carical.       Continua a leggere

La lezione-concerto di Claudio Sottocornola: “Over the rainbow” e il viaggio come metafora della vita

Claudio Sottocornola

di Antonio Falcone*

Claudio Sottocornola, nell’occasione dei suoi 60 anni, ha proposto Over the rainbow, un suggestivo live nella forma a lui cara della lezione-concerto, che, con canzoni come California Dreamin’, Walk On The Wild Side, San Francisco, Certe notti, Ciao amore ciao, L’isola che non c’è, attraversando America, Inghilterra ed Italia, va a toccare la tematica del viaggio, all’insegna della sperimentazione e della memoria storica, coinvolgendo ambiti disciplinari diversi, dalla storia alla filosofia,dalla letteratura all’arte visiva, dalla musica alla spiritualità. Se già Marcel Proust sosteneva che “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”, il tema del viaggio, del percorso verso nuove mete, a partire dagli anni ’60, anche in coincidenza conl’irrompere del movimento giovanile, assume sempre più carattere iniziatico,divenendo, in generale, metafora della vita e della evoluzione individuale e collettiva, personale e sociale, sia esso geografico o storico,  esistenziale o metafisico, psichedelico o spirituale. Continua a leggere

«Scrivo in baita, pensando al Felice», intervista a Fabio Andina, vincitore del Premio “Terra Nova” 2019

«Avrebbe accolto la notizia con un sorriso. Contento per me. cover_striscia_premioMa senza commentare né allungarsi in alcun modo sulla cosa». La pozza del Felice di Fabio Andina (edito da Rubbettino, nella collana Velvet), a pochi mesi dall’uscita conquista i lettori e un riconoscimento prestigioso, il Premio “Terra Nova” della Fondazione Schiller per la letteratura elvetica. Un libro sorprendente e inatteso, si legge nella motivazione. «Davvero, se fosse ancora con noi, il Felice non avrebbe aggiunto nulla, distaccato, come è stato per tutta la sua vita, dalla “materialità” delle cose e, in un certo senso, anche dalle emozioni» dice Andina. Il romanzo, celebrazione della montagna come luogo del ritorno e della rinascita, come spazio per il silenzio e per l’ascolto autentico, e del suo protagonista, il Felice appunto, montanaro ascetico e stoico, con il suo rito dell’immersione quotidiana in un pozzo di acqua gelida, nei boschi tra le Alpi, è una lettura che scuote e pacifica al tempo stesso, che ci porta dentro l’anima del mondo e dell’uomo.

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Folli e visionari: in scena gli emarginati de “La malafesta”

La pièce drammatica di Fabrizio Ferracane e Rino Marino  

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Uno scenario decadente e surreale, misero e scarno. Solo una porta in legno che cade a pezzi, una vecchia finestra, un letto disfatto. Una sveglia che segna sempre le otto. Immobile, a indicare un tempo sospeso. In un luogo che potrebbe essere ovunque e in qualunque momento due anime chiuse in una solitudine disperata si cercano senza riuscire a incontrare altri che i propri fantasmi e i propri dolori. Maschere inquietanti, dolenti e tragiche, trasfigurazione grottesca della vita, i protagonisti de La malafesta, interpretati da Fabrizio Ferracane e Rino Marino, dominano la scena vividi e potenti nella loro estrema debolezza.  Continua a leggere

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di Gioacchino Criaco*

«Ho paura della triste vita dei gaggia», dice Corabia, rovescia in un attimo tutti gli stereotipi: anche i Rom hanno paura, di molte cose, fra i pericoli maggiori ci sono gli altri, i diversi. I rifiutati diventiamo noi, tutti i non Rom, per loro il mondo è due metà: Rom e non Rom (o gagikani, o gagè, o gaggia). «Ci ho provato a vivere da gaggia, ho nascosto la mia identità, affittato una casa e mi sono vincolata in una famiglia ristretta, senza feste e ritrovi densi di schiamazzi. Non potevo esistere fuori dai panni della mia storia, dagli abbracci dei miei infiniti parenti e dalle loro rumorose e caotiche riunioni, ma avrei continuato a provarci se mio marito non avesse perso lavoro e stipendio: ho abbandonato i panni e mi sono separata dalla casa e sono tornata nel campo». Continua a leggere