«Scrivo in baita, pensando al Felice», intervista a Fabio Andina, vincitore del Premio “Terra Nova” 2019

«Avrebbe accolto la notizia con un sorriso. Contento per me. cover_striscia_premioMa senza commentare né allungarsi in alcun modo sulla cosa». La pozza del Felice di Fabio Andina (edito da Rubbettino, nella collana Velvet), a pochi mesi dall’uscita conquista i lettori e un riconoscimento prestigioso, il Premio “Terra Nova” della Fondazione Schiller per la letteratura elvetica. Un libro sorprendente e inatteso, si legge nella motivazione. «Davvero, se fosse ancora con noi, il Felice non avrebbe aggiunto nulla, distaccato, come è stato per tutta la sua vita, dalla “materialità” delle cose e, in un certo senso, anche dalle emozioni» dice Andina. Il romanzo, celebrazione della montagna come luogo del ritorno e della rinascita, come spazio per il silenzio e per l’ascolto autentico, e del suo protagonista, il Felice appunto, montanaro ascetico e stoico, con il suo rito dell’immersione quotidiana in un pozzo di acqua gelida, nei boschi tra le Alpi, è una lettura che scuote e pacifica al tempo stesso, che ci porta dentro l’anima del mondo e dell’uomo.

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Folli e visionari: in scena gli emarginati de “La malafesta”

La pièce drammatica di Fabrizio Ferracane e Rino Marino  

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Uno scenario decadente e surreale, misero e scarno. Solo una porta in legno che cade a pezzi, una vecchia finestra, un letto disfatto. Una sveglia che segna sempre le otto. Immobile, a indicare un tempo sospeso. In un luogo che potrebbe essere ovunque e in qualunque momento due anime chiuse in una solitudine disperata si cercano senza riuscire a incontrare altri che i propri fantasmi e i propri dolori. Maschere inquietanti, dolenti e tragiche, trasfigurazione grottesca della vita, i protagonisti de La malafesta, interpretati da Fabrizio Ferracane e Rino Marino, dominano la scena vividi e potenti nella loro estrema debolezza.  Continua a leggere

Blade Runner, l’unico

Il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere (P.K. Dick su Blade Runner di R. Scott)

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«Lungo, noioso, vuoto. Una tragedia cosmica. Blade Runner 2049 è semplicemente un film non riuscito. Impossibile qualsiasi paragone con il capolavoro del 1982». Luigi Cimmino, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Perugia e curatore di numerosi saggi, commenta così la visione del film di Villeneuve. Tra i suoi più recenti lavori Umanesimo e rivolta in Blade Runner, con Alessandro Clericuzio e Giorgio Pangaro, del 2015, uno dei gioielli della collana di cinema edita da Rubbettino e diretta da Christian Uva. La monografia mette a confronto Philip K. Dick e il suo romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, con il film di Ridley Scott analizzando contesti, riferimenti filosofici e religiosi e, soprattutto, l’ispirazione visionaria dell’uno e dell’altro. Un saggio che si avvale di tanti autorevoli contributi, tasselli di un mosaico tra letteratura e cinema dove le differenze tra il libro e il film, sottolineate e ben analizzate, riportano all’unicum costituito dalle atmosfere magnificamente descritte da Dick e magicamente riprodotte da Scott.

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In Val Grande come in Aspromonte: Fabrizio Ferracane protagonista del film “La terra buona”

Dopo Anime nere, nuovi importanti impegni per l’attore siciliano che ha dato il volto al tormentato Luciano del film tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco (edito da Rubbettino). «L’incontro con Munzi è stato per me un momento topico»

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Dall’Aspromonte alla Val Grande, in un borgo abbandonato, a oltre mille metri di altezza. Questa volta nel profondo nord. «Un mese immerso nella natura incontaminata, selvaggia, e dentro mi sono ritrovato echi di Anime nere». Torna a misurarsi con ambienti estremi e una storia intensa Fabrizio Ferracane: La terra buona di Emanuele Caruso, di prossima uscita. «Nel cuore inaccessibile del Piemonte mi sono sentito un po’ come ad Africo Vecchio, nelle altezze impenetrabili della Calabria che sono state per me l’indimenticabile set del film di Munzi» dice l’attore siciliano.  Continua a leggere

Istintivo e raffinato, il sound firmato Slivovitz

Jazz, rock, influenze etno. Ma anche sonorità dal Medio Oriente e dai Balcani. È il caleidoscopico sound degli Slivovitz. Musica densa di contaminazioni, dal sapore internazionale.

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Slivovitz (ph. S. Cirillo)

Derek Di Perri, armonica a bocca, Marcello Giannini, chitarra elettrica e acustica, Vincenzo Lamagna, basso, Salvatore Rainone, batteria, Ciro Riccardi, tromba, Pietro Santangelo, sassofono, Riccardo Villari, violino. Musicisti raffinati ed estremi, dalle spiccate individualità, che fondono le loro diverse ispirazioni creative, prediligendo i temi di un sound “istintivo”, caldo, intenso, a tratti “arrabbiato”, come le loro radici partenopee. Continua a leggere