Fiorire nell’ombra guardando il cielo – Dialogo con Sonia Serazzi

Davanti al muro di casa nostra c’è un fico selvatico: era un virgulto quando i bimbi del quartiere lo steccarono con un legnetto per fargli sconfiggere il vento, poi stabilirono di innaffiarlo ogni sera. Le donne più anziane avrebbero voluto estirpare l’albero, con la scusa che le radici spaccano muri e strade, i rami e le foglie chiamano i fulmini, mentre col bel tempo tolgono luce, in più i frutti maturi cadono e sporcano l’asfalto. Ma alle vecchie rammentai che la pianta era nella nostra proprietà, e che doveva restarci, proprio perché per vivere sfidava cemento e bucava pietre. Ad Antonia Cristallo la discussione non interessava, ma si affacciò. “Rosamia ha ragione!” disse alle vicine. E Rosasua sono io.

cover serazzi

Rosa Sirace, ogni giorno, riporta su un’agenda le cose quotidiane, “la vita che faccio” dice. E racconta la bellezza dei giorni in un posto qualunque, a sud, in una dimensione sospesa tra realtà e sogno. Perché Rosa la vita la racconta, ma pure la inventa, la colora, in una maniera autentica, senza tradire il reale, anzi esaltandolo. Con lei, in un microcosmo caldo e vivido, si muovono Guido Sirace, Visconte di Verolea, Nicca Fiori, Baronessa di Babbumannu, Antonia Cristallo, nobili per “uno scherzo di famiglia”, poveri ma con la capacità di “alzare gli occhi in cerca di azzurro”. E tante altre figure che, pure nel breve spazio di poche pagine, acquistano subito importanza e spessore, attraverso gli occhi acuti di Rosa. Ma, soprattutto, attraverso la scrittura di bellezza assoluta ed essenziale di Sonia Serazzi, scrittrice dal forte impatto artistico e umano, capace di scovare tra le pieghe della vita la straordinarietà dell’ordinario. Nasce così Il cielo comincia dal basso, romanzo edito da Rubbettino nella collana “che ci faccio qui” diretta da Vito Teti, accolto con entusiasmo da pubblico e critica, premiato con numerosi riconoscimenti, tra i quali il primo posto nella sezione narrativa del Premio letterario Città di Siderno 2018, la menzione speciale al Premio letterario Mario La Cava 2018 e, di recente, il premio per la Cultura Mediterranea della Fondazione Carical.      

Perché Il cielo comincia dal bassoQuando qualcuno cammina in salita, si accorge in automatico che appena ha finito la salita cammina con la schiena dritta perché quando si sale si cammina e si tiene un po’ la schiena curva per farsi forza, quando si arriva alla fine di questa salita automaticamente si sta più diritti, più alti, quindi credo che nel libro ci sia un po’ questo racconto di esistenze che talvolta possono sembrare “curve” ma che poi esplodono in fioritura, in altezza. Ecco “Il cielo comincia dal basso” racconta di esistenze che sembrano rattrappite ma che poi trovano inattese fioriture.

Com’è la protagonista, Rosa Sirace? Con il suo carico di sogni e di consapevolezze, con le speranze deluse e le energie sempre recuperate, è una vincente? Rosa Sirace vince perché vive, perché non si arrende, perché accoglie il reale e lo trasforma meglio che può. È una donna che fatica, che sorride, una donna che ama, che cerca, che osserva moltissimo, io penso che le persone così siano vincenti. Alla fine ci rende vincenti le capacità di accogliere quello che passa, ci rende vincenti la capacità di scegliere senza paura, ci rende vincenti la capacità di non venderci per quattro soldi, ci rende vincenti le capacità di amare senza fare conti, questa è la vittoria.

Penso che le storie vadano attese, cercarle ha in sé qualcosa di violento, qualcosa di prepotente che non mi piace nella scrittura.

Questo romanzo arriva a dodici anni dal primo dirompente successo di Non c’è niente a Simbari Crichi, seguito da E le ortiche c’hanno ragione, poi un silenzio piuttosto lungo, “per meditare un po’”, dice Sonia Serrazzi, ma anche magari, chiediamo, per altri motivi? Pensavo che non avrei più scritto. Avevo deciso di non scrivere più perché pensavo che non fosse necessario, in realtà avevo deciso di non pubblicare più, forse, perché ho continuato a scrivere in testa, quella scrittura interiore in realtà non ha mai smesso di funzionare dentro di me, questa è una malattia che penso mi accompagnerà finché avrò vita. L’istinto di raccogliere storie e di riprodurle, di raccontarle a mia volta non mi abbandona… Ho scelto di tacere perché, a un certo punto, ho temuto che quelle voci che avevo sentito così forti all’epoca di Non c’è niente a Simbari Crichi mi fossero entrate dentro, anche le voci di apprezzamento talvolta entrano dentro e quasi ti convincono che tu debba ripercorrere per sempre quella strada, invece io avevo bisogno di cercare una strada che fosse mia è una voce che fosse solamente mia, non influenzata dall’esterno, per cui ha scelto di tacere e ho pensato che non mi fosse necessario scrivere, soprattutto ho pensato che non mi fosse necessario l’ambiente letterario, culturale, che forse non lo sentivo del tutto mio, e ho ricominciato semplicemente a vivere. Quando questa cosa è arrivata nelle mie mani, questa scrittura, l’ho sentita quasi come un comando che mi costringeva a impugnare la penna e così ho capito che non potevo fare nulla per resistere, che dovevo semplicemente arrendermi. Non saprei raccontano meglio di così, anche perché poi è qualcosa di così segreto e intimo che ho il timore che finisca col sembrare qualcosa di folle, per cui me lo tengo per me.

Stai scrivendo altro in questo momento? Quando vivo scrivo, guardo, osservo, raccolgo storie. Quando uno scrive un po’ è come se raccogliesse tante perle, tante piccole perline e poi dovesse trovare quel filo più forte capace di tenerle insieme tutte, ecco per adesso sto raccogliendo perline. E poi devo dire che non amo moltissimo quelli che inseguono storie in modo vorace, quasi nevrotico; penso che le storie vadano attese, cercarle ha in sé qualcosa di violento, qualcosa di prepotente che non mi piace nella scrittura.

Rosa è guidata molto dalla fede, in questo romanzo è molto presente la fede. Per Sonia Serazzi la fede ha un ruolo importante, ma la fede e la chiesa hanno lo stesso ruolo nella tua vita? Rosa va in chiesa, tutte le scritture che trovate nel libro non sono pescate da una raffinata teologa, Rosa semplicemente accoglie le scritture che ha umilmente ascoltato in chiesa, insieme a tutte le vecchine, insieme a tutti i ragazzi, insieme a tutte le signore casalinghe, chiunque ci fosse ascoltava quello stesso pezzo di sacra lettura, quel frammento che trovate nel testo e che magari può sembrare bello, poetico, raffinato è semplicemente un frammento di sacra scrittura che qualunque cattolico può ascoltare nei giorni feriali e festivi dentro una chiesa. Siamo noi la chiesa, ogni battezzato quando esce fuori dalle mura dell’edificio è chiesa, io in quanto battezzata sono chiesa, questo significa avere fede, sapere di essere una chiesa che cammina in giro per il mondo… non c’è una scissione violenta tra la chiesa e chi fede, chi crede davvero sa benissimo che la chiesa è un corpo vivo di cui fa parte e quando la sganciamo è perché vogliamo una fede a poco prezzo, invece sapere che chi crede quella chiesa deve portarla in giro, deve testimoniarla, costa fatica, prima di tutto ai cristiani, ai cattolici. Tu sei chiesa, questo è il compito che ogni cristiano deve rivendicare per sé, costa fatica, la fede non è gratis.

Rosa e l’amore. Rosa si “lancia” nell’amore con l’innocenza di una bambina e anche con quello sguardo ingenuo, poco profondo di chi l’amore non lo conosce davvero. Forse Rosa l’amore lo sogna e lo pensa più che viverlo, per cui si si “scaglia” sul primo ragazzo che incontra, dice, perché non vuole lasciarlo solo a piangere nel mondo. Per cui Rosa racconta un amore che è quasi accudimento, aver cura dell’altro, che chi ben conosce l’amore sa che questa è una forma differente d’amore, che poco ha a che fare con l’amore coniugale, con l’amore erotico, quindi già parte con un’idea d’amore un po’ strampalata; però andando avanti incontra una figura che le fa capire che quella sua modalità di amare forse può avere un senso, incontra questo “professore delle stelle” che le fa capire che è possibile un amore diverso, un amore che non mette il soggetto al centro ma mette l’altro al centro, un amore che fa spazio all’altro, che lo accoglie, che cerca di farlo crescere, e impara anche che è possibile un amore fedele, che dura per sempre, che non chiede niente per sé, che non fa soffrire l’altro, anzi cerca in ogni modo di risparmiare delle sofferenze all’altro e a quel tipo di amore, a quell’icona dell’amore che vede nel professore delle stelle Rosa rimarrà fedele per sempre, e lo fa intrecciando al dito una forcina vecchia come se fosse una fede nuziale, quella forcina rappresenta l’amore fedele, lungo 80 anni, di due nonnini. Quello è il solo amore che Rosa può continuare a sognare, un amore fedele che dura per sempre.

Questo amore per sempre è quello che tu pensi idealmente possa esistere o pensi che esista davvero? Io sono certa che l’amore vero esista, sono certa che esista la possibilità di un amore per sempre. Grazie al cielo, ho visto moltissimi amori durare e ho visto moltissimi amori belli e fedeli e sempre quando incontro delle coppie mi faccio raccontare com’è nata la loro storia d’amore, ed è splendido imparare quante vie segrete possa trovare l’amore per nascere. Allora io ci spero sempre e cerco di insegnare agli altri, agli amici ai ragazzi che si fidanzano, a credere nell’amore perché senza vivere l’amore non ha senso la vita, è il sapore più intenso che dobbiamo cercare nei nostri giorni.

Restare fedeli a un posto, a una persona, a una situazione, penso possa renderci migliori, non da un punto di vista quantitativo ma qualitativo; a volte pensiamo che essere migliore sia accumulare esperienze, moltiplicare rapporti, moltiplicare i luoghi visitati, in realtà essere persone migliori significa essere persone riconoscibili.

In cosa “tradiamo”? La fedeltà è ciò che dà corpo e radici all’esistenza, senza fedeltà l’esistenza non si delinea. La capacità di restare fedeli a sé stessi, alle proprie scelte, a quello che amiamo, sia in senso affettivo, sentimentale, che in senso esistenziale, è quello che dà un disegno all’esistenza. Se noi tradiamo continuamente le nostre scelte, se le rinneghiamo, se alla prima difficoltà le buttiamo a mare perché la seconda scelta e più leggera e più facile, la nostra esistenza perdura ma smarrisce quella traccia forte che la rende identificabile. La mia vita se tradissi continuamente le scelte che ho fatto perderebbe compattezza, densità, colore. Faccio un esempio concreto: io ho scelto questa terra, l’ho scelta dopo varie peregrinazioni perché ho esitato, non volevo vivere qui, volevo vivere altrove, poi ho pensato che scegliere una terra, restare fedele a una terra, mi avrebbe in qualche misura premiata e questo è accaduto perché ho trovato qui le mie parole, ho trovato qui un gruppo di lavoro con cui mi trovo benissimo, allora questa fedeltà a una scelta, in modo strano, atipico, mi ha fatto incontrare anche una vocazione, in modo più concreto, quella per il lavoro di scrittura, per il lavoro editoriale in senso lato. Restare fedeli a un posto, a una persona, a una situazione, penso possa renderci migliori, non da un punto di vista quantitativo ma qualitativo; a volte pensiamo che essere migliore sia accumulare esperienze, moltiplicare rapporti, moltiplicare i luoghi visitati, in realtà essere persone migliori significa essere persone riconoscibili. Se in giro si capisce chi sei tu e chi sono io è solo perché abbiamo cercato di dare compattezza alla nostra esistenza, la compattezza è nata dal nostro restare fedeli a chi siamo e a chi abbiamo scelto di essere, giorno dopo giorno, questa è la fedeltà.

Mi piaceva raccontare che si può fiorire in qualunque tipo di terreno; ci sono le ortensie che prendono colori proprio dalle ombre, se ci avete fatto caso molto spesso le ortensie cambiano il colore e le sfumature a seconda della luce. Ecco, Rosa Sirace è un’ortensia che è capace di fiorire anche nell’ombra.

Quanto c’è di Sonia Serazzi in Rosa? Quando si scrive si addensano molte cose, i propri tic, le proprie cose preziose, magari quelle poche che si hanno, quindi forse in qualche misura Rosa è Sonia nel senso che ha raccolto da Sonia, ha imparato da Sonia tante piccole cose, e Sonia gliele ha passate, gliele ha raccontate, ci siamo scambiate degli sguardi, ci siamo raccontate a vicenda delle storie. Però Rosa non sono solo io, sono stata molto attenta a un genere di donna che mi sembrava fuori moda, o essere diventato fuori moda, ma in realtà un tipo di donna che considero preziosissima: quella capace di ascolto, di nascondimento, che è capace di scegliere luoghi piccoli, anche di stare in casa. Mi piaceva raccontare questo tipo di femminilità, più segreta, perché la parità, l’essere donne emancipate sembrava essere diventato quasi, a un certo punto, un obbligo, quasi un dover per forza uscire fuori per essere donne libere; invece mi piaceva anche indagare questa possibilità di libertà che nasce nel segreto, che nasce in una camera, che nasce in una stanza, esattamente come capita a Rosa. Rosa è libera, non è soggetta al dominio di alcuno, Rosa fa quello che vuole, fa quello che sceglie, però non lo fa essendo una donna in carriera, lo fa prendendosi cura degli altri, lo fa scegliendo posti nascosti, posti minimi, amicizie non importanti per il mondo, in questo modo Rosa diventa quello che è. Mi piaceva raccontare che si può fiorire in qualunque tipo di terreno; ci sono le ortensie che prendono colori proprio dalle ombre, se ci avete fatto caso molto spesso le ortensie cambiano il colore e le sfumature a seconda della luce. Ecco, Rosa Sirace è un’ortensia che è capace di fiorire anche nell’ombra.

Quali sono le tue letture preferite, quelle che hanno contribuito alla tua formazione letteraria in maniera determinante? Amo molti classici, lo scrittore che amo di più al mondo è Dostoevskij, per esempio, ho amato molto Rilke, ho amato moltissimo in questi anni di silenzio leggere i santi perché i santi sono letture che non hanno subito l’intervento degli editor, ogni santo scrive liberamente quello che vuole, nessun editor gli appiccica le virgole, nessun editor gli taglia il testo.

Cosa, a tuo parere, oggi fa paura e cosa ti fa paura? In generale penso faccia paura a tutti il mistero, quello che non si riesce a scorgere, quello che non si riesce a capire. Per me non ho alcuna paura, ma devo dire che ho paura quando penso al futuro dei piccoli. Io non ho figli però ho delle nipoti, ho dei bambini ai quali faccio catechismo che adoro e loro mi hanno insegnato ad amare il futuro. L’idea che dei bimbi non abbia un mondo come lo meritano, un mondo dove si possa semplicemente crescere, amare, lavorare, avere figli, ecco questa cosa mi fa paura, non per me, mi fa paura per gli altri, per cui spero che tutti noi si possa costruire un futuro migliore per i bimbi che domani saranno adulti.

Ce l’abbiamo questa possibilità? Dobbiamo provarci, non lo so se ce l’abbiamo, però è nostro dovere provarci, ogni giorno, cercare di costruire un pezzetto di mondo migliore per quelli che verranno domani, è questo il compito che abbiamo, non ne abbiamo altri.

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Sonia Serazzi

 

Qui la video-intervista con la regia di Bernardo Migliaccio Spina

2 pensieri su “Fiorire nell’ombra guardando il cielo – Dialogo con Sonia Serazzi

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