Luce del Nord, anime alla deriva nel romanzo di Bruni

La vita che ti rigetta. Non la società diseguale, la politica cieca, il mondo di corsa. Ma la vita. Tutte queste cose messe insieme e anche di più. Il senso di inettitudine, lo sforzo mai ripagato, la resa. Sono così Frank, Cristian ed Eva. Così è il mondo oscuro, strisciante e annientante dentro cui ci trascina Gianluigi Bruni con Luce del Nord (Rubbettino 2020, Velvet). Un mondo abbrutito, dolente, violento. Non ai margini, ma giù, oltre. A risucchiarci dentro non è la tana del coniglio di Alice, ma sono le strade sporche e buie delle periferie, il neon dei locali di terz’ordine, le stazioni ferrose dei treni che non passano più. Bruni_piatto

E ci prendono con quel sotteso desiderio di vita e poesia Frank, Cristian ed Eva. E ci fanno tenerezza e ci commuovono per la forza con cui “barano” e “giocano” con le loro esistenze. Frank, diviso tra un passato da stuntman e un presente da alcolizzato e manesco, Cristian, in fuga dall’incomprensione della famiglia per finire barbone, Eva, scrittrice mancata e badante di un’anziana. Destini incompiuti, “condannati a vivere di conseguenza”. Maschere quasi felliniane di un mondo alla deriva. Volti trasfigurati da alcol, rughe, dolore. In loro tutto è dissoluzione, quasi fossero figure sul punto di rarefarsi nonostante il pesante trascinarsi. In loro tutto è richiesta d’amore, tra lo smarrimento del vissuto e l’anelito di qualcosa che ancora potrebbe compiersi.  Voci solitarie, sempre, anche quando, per un attimo, la vita incrocia le loro storie, per brevi frammenti di condivisione. Perché si riconoscono l’uno nella tristezza dell’altro. Intrappolati nell’esistere senza sbocco come i topi perseguitati e uccisi dei condomini suburbani. Come protagonisti di un film senza il lieto fine. Bruni ci sorprende e coinvolge in una narrazione asciutta, incisiva e diretta nel linguaggio, forte nel sentire. Una discesa nelle viscere dell’umanità schiacciata e dimenticata, irrimediabilmente ferita e piegata, ostinatamente aggrappata al bello che riesce a strappare, tra musica, scritti e la magia unica del cinema, con lo sguardo proteso alla luce del Polo Nord, sempre in lotta contro l’oscurità.  

Io non li leggo mai i libri. Magari, qualche volta, se me ne capita qualcuno in mano lo apro, leggo il titolo e qualche altra cosa… Uno ancora me lo ricordo, era un libro di Maria, gliel’aveva dato il prete e a un certo punto c’era scritto così: Io sono il primo. Sono anche l’ultimo. Chi vuole essere come me?… E io ci ho pensato al significato, ma non è che è proprio chiaro… perché secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, e se uno vuole essere come quello è perché lui è il primo. Io invece no, io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. 

Gianluigi Bruni, Roma 1954, dopo una laurea in filosofia e un diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha lavorato per molti anni nel cinema e in pubblicità, collaborando a vario titolo con registi quali Federico Fellini, Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari. Ha scritto sceneggiature per il cinema e la televisione, fra cui quella di Prendimi e Portami Via, film diretto da Tonino Zangardi. Luce del Nord è il suo primo romanzo segnalatosi, da inedito, al Premio Calvino 2019.

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