La lezione-concerto di Claudio Sottocornola: “Over the rainbow” e il viaggio come metafora della vita

Claudio Sottocornola

di Antonio Falcone*

Claudio Sottocornola, nell’occasione dei suoi 60 anni, ha proposto Over the rainbow, un suggestivo live nella forma a lui cara della lezione-concerto, che, con canzoni come California Dreamin’, Walk On The Wild Side, San Francisco, Certe notti, Ciao amore ciao, L’isola che non c’è, attraversando America, Inghilterra ed Italia, va a toccare la tematica del viaggio, all’insegna della sperimentazione e della memoria storica, coinvolgendo ambiti disciplinari diversi, dalla storia alla filosofia,dalla letteratura all’arte visiva, dalla musica alla spiritualità. Se già Marcel Proust sosteneva che “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”, il tema del viaggio, del percorso verso nuove mete, a partire dagli anni ’60, anche in coincidenza conl’irrompere del movimento giovanile, assume sempre più carattere iniziatico,divenendo, in generale, metafora della vita e della evoluzione individuale e collettiva, personale e sociale, sia esso geografico o storico,  esistenziale o metafisico, psichedelico o spirituale. Continua a leggere

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«Scrivo in baita, pensando al Felice», intervista a Fabio Andina, vincitore del Premio “Terra Nova” 2019

«Avrebbe accolto la notizia con un sorriso. Contento per me. cover_striscia_premioMa senza commentare né allungarsi in alcun modo sulla cosa». La pozza del Felice di Fabio Andina (edito da Rubbettino, nella collana Velvet), a pochi mesi dall’uscita conquista i lettori e un riconoscimento prestigioso, il Premio “Terra Nova” della Fondazione Schiller per la letteratura elvetica. Un libro sorprendente e inatteso, si legge nella motivazione. «Davvero, se fosse ancora con noi, il Felice non avrebbe aggiunto nulla, distaccato, come è stato per tutta la sua vita, dalla “materialità” delle cose e, in un certo senso, anche dalle emozioni» dice Andina. Il romanzo, celebrazione della montagna come luogo del ritorno e della rinascita, come spazio per il silenzio e per l’ascolto autentico, e del suo protagonista, il Felice appunto, montanaro ascetico e stoico, con il suo rito dell’immersione quotidiana in un pozzo di acqua gelida, nei boschi tra le Alpi, è una lettura che scuote e pacifica al tempo stesso, che ci porta dentro l’anima del mondo e dell’uomo.

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Folli e visionari: in scena gli emarginati de “La malafesta”

La pièce drammatica di Fabrizio Ferracane e Rino Marino  

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Uno scenario decadente e surreale, misero e scarno. Solo una porta in legno che cade a pezzi, una vecchia finestra, un letto disfatto. Una sveglia che segna sempre le otto. Immobile, a indicare un tempo sospeso. In un luogo che potrebbe essere ovunque e in qualunque momento due anime chiuse in una solitudine disperata si cercano senza riuscire a incontrare altri che i propri fantasmi e i propri dolori. Maschere inquietanti, dolenti e tragiche, trasfigurazione grottesca della vita, i protagonisti de La malafesta, interpretati da Fabrizio Ferracane e Rino Marino, dominano la scena vividi e potenti nella loro estrema debolezza.  Continua a leggere

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di Gioacchino Criaco*

«Ho paura della triste vita dei gaggia», dice Corabia, rovescia in un attimo tutti gli stereotipi: anche i Rom hanno paura, di molte cose, fra i pericoli maggiori ci sono gli altri, i diversi. I rifiutati diventiamo noi, tutti i non Rom, per loro il mondo è due metà: Rom e non Rom (o gagikani, o gagè, o gaggia). «Ci ho provato a vivere da gaggia, ho nascosto la mia identità, affittato una casa e mi sono vincolata in una famiglia ristretta, senza feste e ritrovi densi di schiamazzi. Non potevo esistere fuori dai panni della mia storia, dagli abbracci dei miei infiniti parenti e dalle loro rumorose e caotiche riunioni, ma avrei continuato a provarci se mio marito non avesse perso lavoro e stipendio: ho abbandonato i panni e mi sono separata dalla casa e sono tornata nel campo». Continua a leggere

# invisibili

di Gioacchino Criaco

Stanno stesi come fossero morti, sbattono d’improvviso le braccia che sembrano ali implumi di passeri caduti dal nido. Chissà se volerà a terra, la madre, a riprenderli? Chissà se vogliono ritornarci in un covo caldo di rametti e foglie? I barboni stanno in centro, a Milano, punteggiano i colonnati intorno al Duomo con le loro vettovaglie colorate in tinta col Natale che arriva. Si allungano sul Corso Vittorio Emanuele, per le vie della moda, giù fino a Cavour, e poi nel grembo del Piermarini e nel covo dell’Ottagono.

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La pozza del Felice

Cinque e quindici. Apro la porta e una folata d’aria fredda mi colpisce il viso, più fredda degli altri giorni. Mi metto la giacca. Guardo il termometro. Un grado. Dal cono di luce del lampione vedo scendere acqua e neve. Ma chi me lo fa fare? Guardo in fondo. Da lui è tutto buio.

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La nebbia, i canaloni e le baite di sasso. Il freddo secco che annuncia la neve e poi il lucore del ghiaccio. Silenzio. Ma non solitudine. Ci sono l’Emilio, la Gilda, la maestra Sabina, la Vittorina e il suo mulo, il cane Black, il Vecchio Larice. E il Felice, con la sua pozza d’acqua gelida e il rito quotidiano dell’immersione, all’alba, da qualche parte sulle Alpi, in qualche punto nascosto tra le selve di abeti. La pozza del Felice di Fabio Andina (Rubbettino) racconta l’ultima frontiera dell’uomo. La montagna maestosa, la natura e gli animali come persone, i pochi abitanti come superstiti di un mondo alla deriva. L’ultima frontiera, come luogo di approdo e di ripartenza. Angolo e vastità in cui perdersi e ritrovarsi. Ricominciando da capo. Dalla vita scarna, essenziale. Pochissime parole, pochi vestiti, pochi oggetti, il cibo necessario.

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“La maligredi”, c’era una volta il Sud

di Alessia Principe*

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C’era una volta il Sud, polvere masticata in bocca quando si alzano troppo i tacchi, i calzoni a metà coscia, la figura smilza e pelle e ossa della prima adolescenza che sgambetta in fretta. E nella corsa, la gioventù con le ginocchia sbucciate, dimentica molte cose ma si porta appresso impresse e incollate le immagini delle feste, delle fiere, il paese illuminato, l’odore delle caramelle un po’ prese a moneta un po’ sgraffignate con astuzia, il profumo circense del mais sbruciacchiato dagli zingari che la sanno lunga lunga, e giocano con i paesani prendendoli anche per i fondelli quando quelli cercano di batterli nei giochi di maestria. La giovinezza è fatta di episodi che trovano posto nella memoria e scansano gli altri più in fondo, negli ultimi cassetti: resta una coda di volpe strappata via a una giostra, una scommessa vinta per un pelo, la gioia di averla fatta a tutti, anche ai grandi, la sensazione di essere vincenti e che tutto il resto è una discesa da fare in bici con i piedi alzati e le mani sul manubrio per festeggiare.

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“Un giorno di questi”, la Napoli potente e visionaria di Ciriello

Napoli è molto più grande della mia immaginazione, fin da bambino sapevo che anche da vecchio non sarei mai arrivato a conoscerla tutta, con le sue persone sospese, voce ’e notte. Generazioni di voci di notte, anime in pena che colavano via lungo scale e strade, per riversarsi in mare, per trovare uno sbocco, un orizzonte, aspettando sempre una luce, la magnanimità di un altro: santo o Dio che fosse, tra gli spari di una gioventù sempre più rumorosa col passare del tempo, così diversa dalla mia. Fenesta ca lucive e mo nun luce.

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Vesuvius – Andy Warhol

Napoli negli anni Ottanta del secolo scorso. Luogo di eccessi e grandezza, palcoscenico estremo del bene e del male, infinito mutare di tinte sempre accese. Così la racconta Marco Ciriello nel suo Un giorno di questi (Rubbettino), romanzo per frammenti, narrazione libera e sorprendente nello stile e nei contenuti, rievocazione storica, sociale, immaginifica. Ciriello, classe 1975, giornalista e scrittore, quegli anni li ha vissuti da bambino, ma li racconta nei panni adulti di un cronista, chiedendo storie e memorie a chi davvero è stato giornalista di punta nella Napoli di allora, come Francesco Palmieri. Storie vere ma pure l’universo visionario di Ciriello, le fascinazioni di un mondo conosciuto attraverso altri occhi eppure sentito in maniera tanto vivida da ricordarlo e raccontarlo con nostalgia rabbiosa, dolente, ironica.

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Epepe

Anche alla reception dell’albergo c’erano molte persone in attesa. Budai dovette mettersi in coda e quando finalmente si trovò davanti al portiere, un uomo con i capelli grigi in uniforme scura, alle sue spalle una famiglia chiassosa e carica di bagagli, composta da padre, madre e tre bambini agitati, cominciò a pressarlo con impazienza e perfino a urtarlo: a quel punto successe tutto rapidamente, quasi suo malgrado. Parlò di nuovo in finlandese, ma il portiere non lo capiva, allora provò in inglese, in francese, in tedesco, in russo, senza successo: il portiere rispose in un’altra lingua che Budai non aveva mai sentito. 

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Maurits Cornelis Escher – Altro mondo (litografia)

Un luogo non-luogo dove si parlano tante lingue quante sono le innumerevoli persone che vi abitano. Ciascuno la propria, almeno così pare a Budai, linguista (!) ungherese, che diretto a Helsinki per un congresso si ritrova in una metropoli sconosciuta e affollata, senza possibilità di uscita. Soprattutto, senza possibilità di capire ed essere capito. Di fronte a qualcosa che a volte non pare neppure una lingua, ma solo un miscuglio di suoni gutturali, sillabazioni e poco altro. Nulla che permetta all’insigne professore una benché minima ricostruzione alfabetica. Un’enorme città-labirinto, sovraffollata, con chilometriche file d’attesa ovunque, rumorosa e inconcludente, con facce sempre nuove e tutte diverse, dai connotati razziali confusi e sovrapposti. Il paradosso della solitudine estrema in mezzo a una folla che sembra quasi traboccare e straripare per precipitare nel dramma dell’impossibile comunicazione.

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Divertimenti seri e buffi

Le riflessioni morali di Dufresny nella collana del CESPES edita da Rubbettino Intervista a Giuseppe Pezzino

(…) per Dufresny, divertirsi significa cercare il modo più piacevole di colmare, col vino della risata, il calice di un’esistenza che odora di finitudine e di morte. E poiché «la vita stessa non è che un divertimento in attesa della morte», divertirsi divertendo i suoi lettori è forse il modo meno brutto d’ingannare il tempo, sostituendo al desiderio deludente della durata il fascino del gioco e il piacere dell’istante (G. Pezzino)

CharlesDufresnyIl 3 novembre 2015 nasce il CESPES, Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento dell’Università di Catania. È il punto di arrivo di un lungo lavoro preparatorio, che ha visto i professori Giuseppe Pezzino e Maria Vita Romeo (oggi direttrice del Centro) impegnati nell’elaborazione e nella realizzazione di un progetto che, coniugando il momento della ricerca con quello della didattica, mirava all’approfondimento di alcuni aspetti del pensiero filosofico e scientifico di Blaise Pascal. Lavoro iniziato nel 2003, caratterizzato da un’intensa attività seminariale, in sinergia con l’Université B. Pascal di Clermont-Ferrand, la Società Filosofica Italiana e il Fondo Sociale dell’Unione Europea, che ha man mano consacrato Catania come uno dei centri pascaliani di livello internazionale. Ricordiamo per le Giornate Pascal,«L’incerto potere della ragione» (2003); «Abraham: individualità e assoluto» (2004); «Il moderno fra Prometeo e Narciso» (2005); convegno internazionale «Port-Royal e la filosofia» (2010); convegno internazionale «Ricchezza e importanza degli Opuscoli pascaliani» (2016). Il Centro, oltre ad avere un buon numero di sostenitori fra studiosi e studenti, è oggi affiancato da un’autonoma associazione, “Amici del CESPES”, presieduta dal professore Francesco Belfiore.

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