Epepe

Anche alla reception dell’albergo c’erano molte persone in attesa. Budai dovette mettersi in coda e quando finalmente si trovò davanti al portiere, un uomo con i capelli grigi in uniforme scura, alle sue spalle una famiglia chiassosa e carica di bagagli, composta da padre, madre e tre bambini agitati, cominciò a pressarlo con impazienza e perfino a urtarlo: a quel punto successe tutto rapidamente, quasi suo malgrado. Parlò di nuovo in finlandese, ma il portiere non lo capiva, allora provò in inglese, in francese, in tedesco, in russo, senza successo: il portiere rispose in un’altra lingua che Budai non aveva mai sentito. 

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Maurits Cornelis Escher – Altro mondo (litografia)

Un luogo non-luogo dove si parlano tante lingue quante sono le innumerevoli persone che vi abitano. Ciascuno la propria, almeno così pare a Budai, linguista (!) ungherese, che diretto a Helsinki per un congresso si ritrova in una metropoli sconosciuta e affollata, senza possibilità di uscita. Soprattutto, senza possibilità di capire ed essere capito. Di fronte a qualcosa che a volte non pare neppure una lingua, ma solo un miscuglio di suoni gutturali, sillabazioni e poco altro. Nulla che permetta all’insigne professore una benché minima ricostruzione alfabetica. Un’enorme città-labirinto, sovraffollata, con chilometriche file d’attesa ovunque, rumorosa e inconcludente, con facce sempre nuove e tutte diverse, dai connotati razziali confusi e sovrapposti. Il paradosso della solitudine estrema in mezzo a una folla che sembra quasi traboccare e straripare per precipitare nel dramma dell’impossibile comunicazione.

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