12 settembre 1966

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.
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di Gioacchino Criaco*

«Ho paura della triste vita dei gaggia», dice Corabia, rovescia in un attimo tutti gli stereotipi: anche i Rom hanno paura, di molte cose, fra i pericoli maggiori ci sono gli altri, i diversi. I rifiutati diventiamo noi, tutti i non Rom, per loro il mondo è due metà: Rom e non Rom (o gagikani, o gagè, o gaggia). «Ci ho provato a vivere da gaggia, ho nascosto la mia identità, affittato una casa e mi sono vincolata in una famiglia ristretta, senza feste e ritrovi densi di schiamazzi. Non potevo esistere fuori dai panni della mia storia, dagli abbracci dei miei infiniti parenti e dalle loro rumorose e caotiche riunioni, ma avrei continuato a provarci se mio marito non avesse perso lavoro e stipendio: ho abbandonato i panni e mi sono separata dalla casa e sono tornata nel campo». Continua a leggere

# invisibili

di Gioacchino Criaco

Stanno stesi come fossero morti, sbattono d’improvviso le braccia che sembrano ali implumi di passeri caduti dal nido. Chissà se volerà a terra, la madre, a riprenderli? Chissà se vogliono ritornarci in un covo caldo di rametti e foglie? I barboni stanno in centro, a Milano, punteggiano i colonnati intorno al Duomo con le loro vettovaglie colorate in tinta col Natale che arriva. Si allungano sul Corso Vittorio Emanuele, per le vie della moda, giù fino a Cavour, e poi nel grembo del Piermarini e nel covo dell’Ottagono.

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Epepe

Anche alla reception dell’albergo c’erano molte persone in attesa. Budai dovette mettersi in coda e quando finalmente si trovò davanti al portiere, un uomo con i capelli grigi in uniforme scura, alle sue spalle una famiglia chiassosa e carica di bagagli, composta da padre, madre e tre bambini agitati, cominciò a pressarlo con impazienza e perfino a urtarlo: a quel punto successe tutto rapidamente, quasi suo malgrado. Parlò di nuovo in finlandese, ma il portiere non lo capiva, allora provò in inglese, in francese, in tedesco, in russo, senza successo: il portiere rispose in un’altra lingua che Budai non aveva mai sentito. 

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Maurits Cornelis Escher – Altro mondo (litografia)

Un luogo non-luogo dove si parlano tante lingue quante sono le innumerevoli persone che vi abitano. Ciascuno la propria, almeno così pare a Budai, linguista (!) ungherese, che diretto a Helsinki per un congresso si ritrova in una metropoli sconosciuta e affollata, senza possibilità di uscita. Soprattutto, senza possibilità di capire ed essere capito. Di fronte a qualcosa che a volte non pare neppure una lingua, ma solo un miscuglio di suoni gutturali, sillabazioni e poco altro. Nulla che permetta all’insigne professore una benché minima ricostruzione alfabetica. Un’enorme città-labirinto, sovraffollata, con chilometriche file d’attesa ovunque, rumorosa e inconcludente, con facce sempre nuove e tutte diverse, dai connotati razziali confusi e sovrapposti. Il paradosso della solitudine estrema in mezzo a una folla che sembra quasi traboccare e straripare per precipitare nel dramma dell’impossibile comunicazione.

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Michele, l’altro

di Gioacchino Criaco*

Michele l’altro non l’Intenditore. Sembra uno scherzo da romanzo di serie c, Michele e il suo opposto. Quello che vince sempre e quello che per vincere deve sacrificare tutto. “Michele l’intenditore” era il protagonista di uno spot in coda agli anni Ottanta: l’uomo di successo che della vita conosce ogni risvolto, bello, simpatico, sportivo, manageriale. Il vincente figliato dallo yuppismo che il tempo di un brindisi alcolico e s’intorta la gattaviva belloccia e di successo, anche se sposata. E “Michele l’altro”, quello dei giorni nostri, di Udine, che ai giorni nostri ha fatto una pernacchia.  Continua a leggere