Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza genio, scriveva Servio tra il IV e il V sec. d.C. Il genio, lo spirito dei luoghi e delle persone. E Francesco Bevilacqua, “cercatore di luoghi dimenticati”, come lui stesso si definisce, viaggia, esplora e scrive in perenne ricerca del nume che vivifica la natura. Un rapporto quasi simbiotico il suo con montagne, boschi, acque e paesi sepolti dal tempo. Instancabile percorre la Calabria dalle mille fascinazioni fotografando ogni luogo e annotando descrizioni, riflessioni, sentimenti. Sulle tracce dei viaggiatori del Grand Tour o alla scoperta di angoli reconditi. Ne è nata una produzione fotografica e letteraria ampia e ricca. Ci soffermiamo con l’autore su Genius Loci – Il dio dei luoghi perduti (edito da Rubbettino, come gran parte dei suoi libri), trattato breve e denso sull’essenza profonda e ancestrale della natura e dei luoghi.

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Come si sono modificati nel tempo il concetto e l’idea del Genius lociC’è stato innanzitutto un nascondimento. Il genio custode dei luoghi, questa divinità che prima, nella religiosità greco-romana, permeava città, campagne, boschi, fiumi, montagne, con l’arrivo del cristianesimo è divenuta incubica, sotterranea.

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L’uomo e il cane nella letteratura medievale

Definire il ruolo del cane nella letteratura medievale italiana non è semplice, perché entrare nel mondo del Medioevo può significare immergersi nell’universo dell’immaginario, della fiction e della menzogna (….). In tutto questo il cane è rimasto fedele, rassegnandosi alla storia dell’uomo e alla Bellezza di ogni sua arte. Un’attesa messianica, in cui il cane rimanda anche di morire, come Argo per Ulisse, pur di realizzare l’unico scopo della sua esistenza: rivedere il suo compagno umano un’ultima volta ancora.

 

Marco Iuffrida, dottore di ricerca in Storia Medievale, è autore del saggio Cani e uomini – Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016). Studioso dell’interazione uomo-animale, partecipa al dibattito e alla ricerca internazionale. Lo abbiamo intervistato sull’argomento. 

A parte la caccia, quale è il mezzo che nel Medioevo amplifica e solidifica il rapporto uomo-cane? In quel periodo quali altre espressioni rintracciamo di questo legame e in quali testi lo verifichiamo? Quello tra uomo e cane è un connubio che ha percorso la storia e che dura tutt’ora. Come noi, oggi, non possiamo ridurre la compagnia del cane a semplice “moda”, tanto meno possiamo farlo per epoche come il Medioevo e il Rinascimento. La presenza del cane nella vita quotidiana del tempo non si ferma certo all’impiego di questo animale in attività come la caccia. In quei secoli emerge – ma è un processo che parte migliaia di anni prima – un forte sodalizio “sacro” del cane con molte religioni. Continua a leggere

“Racconto i popoli ai margini”: la montagna e le minoranze nei libri di Criaco

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Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco

Sto per riprendere il cammino, sento nuovamente quel verso, lo stesso che ho sentito durante la tormenta di neve, è solo più acuto e prolungato della volta precedente. Deve essere vicinissimo. Non c’è dubbio è l’ululato di un lupo. Poi lo vedo. Esce dal bosco, entra nel sentiero e si ferma in mezzo al passo. Distinguo nitidamente i suoi grandi occhi gialli. È una bestia magnifica, con piedi e testa giganteschi. Lancia un altro ululato e corre via. (La memoria del lupo, Gioacchino Criaco, in L’Agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino, Feltrinelli 2017)

«L’Agenda è un viaggio di ritorno che mette in fila le certezze di una vita e le trasforma in dubbi. “Ho fatto la scelta giusta?” è la domanda che si pongono i protagonisti della mia storia. E il dubbio, secondo me, riportava a casa della madre il giudice, che ne usciva rafforzato, convinto». Gioacchino Criaco, insieme a Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva ed Evelina Santangelo, è uno dei sette autori per Borsellino, nell’opera curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano per Feltrinelli. A 25 anni dall’uccisione del magistrato e della sua scorta, un progetto voluto dall’associazione culturale L’Orablù di Milano, per ricordare e riflettere. La famosa agenda rossa di Borsellino sparì misteriosamente subito dopo l’attentato del 19 luglio 1992. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. L’Agenda ritrovata, simbolicamente, ha viaggiato da giugno a luglio di regione in regione, in una ciclo-staffetta della memoria, su terreni scomodi, accidentati e tortuosi. Un cammino a tappe fino all’arrivo a Palermo il 19 luglio. Quella raccontata per l’occasione da Criaco è una storia di mistero e introspezione, sospesa tra il sogno e il ricordo, nella ricerca dell’autenticità delle proprie radici. Con lui parliamo di storie e di scrittura. Continua a leggere

la bellezza

Dei tre concetti che utilizziamo e che sono stati utilizzati da quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla sua vita e sulla realtà in generale, ossia il vero, il giusto e il bello, quest’ultimo è probabilmente quello che utilizziamo di più, anche inconsapevolmente. Lo utilizziamo di più perché noi abitiamo lo spazio e abbiamo continuamente l’esigenza di darne una valutazione estetica. Utilizziamo di più il concetto di bellezza, anche inconsapevolmente, per esprimere un giudizio sulla qualità dello spazio che abitiamo e per cercare di comprenderne il valore. Mentre l’uso della categoria estetica del bello ha quasi una propria immediatezza, molto più complesso è l’uso delle categorie del vero e del giusto. Questa complessità che appartiene al vero e al giusto ha messo, almeno in parte, al riparo questi concetti dalla totale soggettivizzazione cui è stata sottoposta, invece, la bellezza. In fondo tutti si sentono autorizzati a dire cosa sia bello e cosa non lo sia. Anzi, c’è addirittura un modo di dire molto semplice, secondo il quale non è bello quel che è bello, ma è bello ciò che piace. La qual cosa è una sciocchezza, perché ci piacciono cose orribili che però si ritengono belle (Stefano Zecchi).                 

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La bellezza in rapporto con la scienza e con il mistero; la bellezza dello spirito e del pensiero scientifico arcaico; la bellezza del suono e del creato. Queste e molte altre “connessioni” in un’affascinante indagine sul tema nel volume collettaneo la bellezza, edito da Rubbettino, con umanisti e scienziati a confronto. Ne parliamo con Michele Farisco, curatore dell’opera, autore di libri e articoli di filosofia del post-umano e delle implicazioni filosofiche, etiche e legali della genetica e delle neuroscienze.

Cosa emerge dagli autorevoli contributi del saggio (Zecchi, Zichichi, Remuzzi, Tibaldo e molti altri) sulla bellezza nei tempi moderni? Emerge anzitutto che la bellezza si dice in molti modi e in diversi linguaggi: dalla spiritualità alla cosmologia, dalla storia alla politica, dalla musica all’architettura, dall’arte alla letteratura, dalla genetica alla fisica. Potremmo dire che la bellezza è il terreno comune sulla base del quale è possibile pensare un reciproco dialogo tra le diverse forme del sapere.  Continua a leggere

Le petit juge di Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi nel suo studio, a Palmi – foto Pino Mangione

Il giudice “meschino” Alberto Lenzi conquista i lettori francesi. Da poco è uscito oltralpe il terzo episodio. «In Francia si legge più che in Italia e il noir è riuscito a ottenere i “gradi letterari” che ancora qui non vengono riconosciuti appieno» dice lo scrittore calabrese.

“Le petit juge”, così lo chiamano in Francia il suo “giudice meschino”, uomo della legge alla ricerca di inquietanti verità passando attraverso i più oscuri anfratti del crimine. Indolente, indisciplinato, amante delle belle donne, solo apparentemente distratto rispetto all’intrecciarsi di vicende a metà tra il poliziesco e il thriller. E i transalpini, maestri del genere, se ne sono innamorati. Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera francofona: un mercato estero di tutto rispetto per Mimmo Gangemi, tradotto e pubblicato dalla parigina Editions du Seuil, tra le più prestigiose case editrici francesi.

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Saturnia Tellus: l’anima mundi e il pensiero post-moderno

La presente epoca è contrassegnata dal dominio assoluto dell’uomo sulla natura, che è stata degradata a materia sfruttabile e manipolabile. Il potere della tecnica e la smodata pulsione al profitto nel breve periodo hanno portato a uno squilibrio tale che universalmente si ha apprensione per la tenuta materiale del pianeta e si invocano difficili inversioni di rotta. Simmetrica al crescere del disastro ecologico, si ha la crescita del disagio psichico, non più compensato. Da più parti emerge il richiamo alla necessità di un recupero della relazione estetica con il mondo circostante e alla costruzione di una nuova cosmovisione, che sia armonica e in grado di rasserenare un mondo preda di timori e fantasie apocalittiche.

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H. Rousseau – Il sogno

«Saturnia Tellus è una prospettiva ideale che Virgilio fa rivivere poeticamente. All’epoca in cui scriveva, l’Italia era già un paese latifondista e schiavista. I coloni idealizzati come modello appartenevano all’Ausonia arcaica e venivano indicati nel tentativo di dare una fondazione mitica all’era augustea. Ho fatto riferimento a quel mondo per affermare che una certa sensibilità diciamo animistica non è esclusivamente limitata a situazioni esotiche. L’adesione empatica con l’ambiente ha avuto anche da noi esperienze significative.  Continua a leggere

Dalle nebbie padane le “creature” di Rambaldi

008Vigarano Mainarda, nella Pianura Padana, a pochi chilometri da Ferrara, «un pugno di case senza pretese, dall’apparenza ingenua, timida e quasi fiabesca». È qui che nasce, il 15 settembre 1925, Carlo Rambaldi, figlio di Valentino, il miglior meccanico del paese, e Maria Taionini, la bellissima figlia del sarto. Un piccolo borgo che, nella poetica descrizione del figlio Victor, già ci porta dentro quell’aura di magia che ha illuminato l’eccezionale percorso artistico del maestro del cinema mondiale. È qui che Carlo, ancora adolescente, attende la pioggia per strappare alla sabbia sugli argini del fiume la preziosissima creta con cui modella animali, alberi, casette, bamboline, in maniera veloce, precisa, da lasciare sbalorditi. È qui che nel 1935 assiste alla proiezione di King Kong – per lui come una folgorazione che lo porta a maturare la scelta: dedicarsi all’animazione.  Continua a leggere

Unfinished – Architetture criminali

Luoghi lussuosi, immobili sequestrati e non finiti, strutture abusive. Tutto nel bianco e nero essenziale degli scatti di Adelaide Di Nunzio. «Ho voluto dare il segno evidente di un “cancro” che sta distruggendo il territorio italiano attraverso una modalità fotografica esteticamente forte che richiama le grandi opere monumentali», ci dice. Unfinished – Architetture criminali è il suo viaggio nel sud sospeso tra bellezze naturali e inquietante degrado. Cinisi, Casal di Principe, Bari, Rosarno sono alcuni dei luoghi oggetto del reportage: trenta immagini per rendere “visibile” ciò che l’assuefazione ha “nascosto”.

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A dime a dozen, Marelli sulle tracce di Hemingway

cover_marelliIl sole è appena spuntato ma siamo in strada già da un po’. Ho un sonno terrificante. Il barile di nescafé trangugiato a occhi chiusi non fa nessun effetto…

Un esordio sorprendente con Altre stelle uruguayane, nel 2013, finalista al Premio Bancarella Sport; nel 2014 esce Pezzi da 90, raccolta di racconti sul calcio mondiale. Ora A dime a dozen, il nuovo romanzo, da poco nelle librerie. Avvincente narrazione on the road sulle tracce di Hemingway. Stefano Marelli è ritenuto uno dei migliori scrittori apparsi sul panorama letterario negli ultimi anni. Nato a Cantù (Co), vive a Sagno, nel Canton Ticino, e pubblica con Rubbettino, casa editrice calabrese che ha scoperto il talento narrativo di Giuseppina Torregrossa, Gioacchino Criaco, Mimmo Gangemi e tanti altri.

Quando e come è nato A dime a dozenLo spunto per questo romanzo nasce attorno all’idea dei manoscritti scomparsi di Ernest Hemingway, a Parigi, nel 1922. L’episodio è vero, la prima moglie di Ernest riuscì a smarrire una valigetta che conteneva tutto ciò che il giovane aspirante romanziere aveva scritto fino a quel momento. Tutto scomparso, ogni esemplare, perfino le copie carbone. E di quei manoscritti non si è mai più saputo nulla.

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Foto Amanda Ronzoni

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“Stati Uniti della Sila” (lo sguardo dal finestrino)

sila-stand-by-meConnessioni di luoghi distanti, di immagini apparentemente estranee, di percezioni differenti. “Stati Uniti della Sila” – la mostra di foto, video e testi di Alessia Principe – è creatività artistica e reportage insieme. Espressione di un immaginario ricco e originale, poetico e filmico, visionario e realista. È la Sila che si rivela scenario di film cult girati negli Stati Uniti, attraverso angolazioni inaspettatamente e sorprendentemente sovrapponibili. È memoria e proiezione futura. Dissoluzione ed esaltazione del mito americano.

Stati Uniti della Sila è lo sguardo dal finestrino – racconta Alessia Principe – di sera, quando la goldenhour bagna i campi di luce prima che si oscurino. Lungo la strada che porta al lago Cecita, scorrono ai lati dell’asfalto campi di patate, fusti di pino, steccati di legno, pali della luce, casolari distanti costruiti con qualche chiodo e qualche asse. Continua a leggere