la bellezza

Dei tre concetti che utilizziamo e che sono stati utilizzati da quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla sua vita e sulla realtà in generale, ossia il vero, il giusto e il bello, quest’ultimo è probabilmente quello che utilizziamo di più, anche inconsapevolmente. Lo utilizziamo di più perché noi abitiamo lo spazio e abbiamo continuamente l’esigenza di darne una valutazione estetica. Utilizziamo di più il concetto di bellezza, anche inconsapevolmente, per esprimere un giudizio sulla qualità dello spazio che abitiamo e per cercare di comprenderne il valore. Mentre l’uso della categoria estetica del bello ha quasi una propria immediatezza, molto più complesso è l’uso delle categorie del vero e del giusto. Questa complessità che appartiene al vero e al giusto ha messo, almeno in parte, al riparo questi concetti dalla totale soggettivizzazione cui è stata sottoposta, invece, la bellezza. In fondo tutti si sentono autorizzati a dire cosa sia bello e cosa non lo sia. Anzi, c’è addirittura un modo di dire molto semplice, secondo il quale non è bello quel che è bello, ma è bello ciò che piace. La qual cosa è una sciocchezza, perché ci piacciono cose orribili che però si ritengono belle (Stefano Zecchi).                 

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La bellezza in rapporto con la scienza e con il mistero; la bellezza dello spirito e del pensiero scientifico arcaico; la bellezza del suono e del creato. Queste e molte altre “connessioni” in un’affascinante indagine sul tema nel volume collettaneo la bellezza, edito da Rubbettino, con umanisti e scienziati a confronto. Ne parliamo con Michele Farisco, curatore dell’opera, autore di libri e articoli di filosofia del post-umano e delle implicazioni filosofiche, etiche e legali della genetica e delle neuroscienze.

Cosa emerge dagli autorevoli contributi del saggio (Zecchi, Zichichi, Remuzzi, Tibaldo e molti altri) sulla bellezza nei tempi moderni? Emerge anzitutto che la bellezza si dice in molti modi e in diversi linguaggi: dalla spiritualità alla cosmologia, dalla storia alla politica, dalla musica all’architettura, dall’arte alla letteratura, dalla genetica alla fisica. Potremmo dire che la bellezza è il terreno comune sulla base del quale è possibile pensare un reciproco dialogo tra le diverse forme del sapere.  Continua a leggere

In Val Grande come in Aspromonte: Fabrizio Ferracane protagonista del film “La terra buona”

Dopo Anime nere, nuovi importanti impegni per l’attore siciliano che ha dato il volto al tormentato Luciano del film tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco (edito da Rubbettino). «L’incontro con Munzi è stato per me un momento topico»

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Dall’Aspromonte alla Val Grande, in un borgo abbandonato, a oltre mille metri di altezza. Questa volta nel profondo nord. «Un mese immerso nella natura incontaminata, selvaggia, e dentro mi sono ritrovato echi di Anime nere». Torna a misurarsi con ambienti estremi e una storia intensa Fabrizio Ferracane: La terra buona di Emanuele Caruso, di prossima uscita. «Nel cuore inaccessibile del Piemonte mi sono sentito un po’ come ad Africo Vecchio, nelle altezze impenetrabili della Calabria che sono state per me l’indimenticabile set del film di Munzi» dice l’attore siciliano.  Continua a leggere

Saturnia Tellus: l’anima mundi e il pensiero post-moderno

La presente epoca è contrassegnata dal dominio assoluto dell’uomo sulla natura, che è stata degradata a materia sfruttabile e manipolabile. Il potere della tecnica e la smodata pulsione al profitto nel breve periodo hanno portato a uno squilibrio tale che universalmente si ha apprensione per la tenuta materiale del pianeta e si invocano difficili inversioni di rotta. Simmetrica al crescere del disastro ecologico, si ha la crescita del disagio psichico, non più compensato. Da più parti emerge il richiamo alla necessità di un recupero della relazione estetica con il mondo circostante e alla costruzione di una nuova cosmovisione, che sia armonica e in grado di rasserenare un mondo preda di timori e fantasie apocalittiche.

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H. Rousseau – Il sogno

«Saturnia Tellus è una prospettiva ideale che Virgilio fa rivivere poeticamente. All’epoca in cui scriveva, l’Italia era già un paese latifondista e schiavista. I coloni idealizzati come modello appartenevano all’Ausonia arcaica e venivano indicati nel tentativo di dare una fondazione mitica all’era augustea. Ho fatto riferimento a quel mondo per affermare che una certa sensibilità diciamo animistica non è esclusivamente limitata a situazioni esotiche. L’adesione empatica con l’ambiente ha avuto anche da noi esperienze significative.  Continua a leggere

Dalle nebbie padane le “creature” di Rambaldi

008Vigarano Mainarda, nella Pianura Padana, a pochi chilometri da Ferrara, «un pugno di case senza pretese, dall’apparenza ingenua, timida e quasi fiabesca». È qui che nasce, il 15 settembre 1925, Carlo Rambaldi, figlio di Valentino, il miglior meccanico del paese, e Maria Taionini, la bellissima figlia del sarto. Un piccolo borgo che, nella poetica descrizione del figlio Victor, già ci porta dentro quell’aura di magia che ha illuminato l’eccezionale percorso artistico del maestro del cinema mondiale. È qui che Carlo, ancora adolescente, attende la pioggia per strappare alla sabbia sugli argini del fiume la preziosissima creta con cui modella animali, alberi, casette, bamboline, in maniera veloce, precisa, da lasciare sbalorditi. È qui che nel 1935 assiste alla proiezione di King Kong – per lui come una folgorazione che lo porta a maturare la scelta: dedicarsi all’animazione.  Continua a leggere

A dime a dozen, Marelli sulle tracce di Hemingway

cover_marelliIl sole è appena spuntato ma siamo in strada già da un po’. Ho un sonno terrificante. Il barile di nescafé trangugiato a occhi chiusi non fa nessun effetto…

Un esordio sorprendente con Altre stelle uruguayane, nel 2013, finalista al Premio Bancarella Sport; nel 2014 esce Pezzi da 90, raccolta di racconti sul calcio mondiale. Ora A dime a dozen, il nuovo romanzo, da poco nelle librerie. Avvincente narrazione on the road sulle tracce di Hemingway. Stefano Marelli è ritenuto uno dei migliori scrittori apparsi sul panorama letterario negli ultimi anni. Nato a Cantù (Co), vive a Sagno, nel Canton Ticino, e pubblica con Rubbettino, casa editrice calabrese che ha scoperto il talento narrativo di Giuseppina Torregrossa, Gioacchino Criaco, Mimmo Gangemi e tanti altri.

Quando e come è nato A dime a dozenLo spunto per questo romanzo nasce attorno all’idea dei manoscritti scomparsi di Ernest Hemingway, a Parigi, nel 1922. L’episodio è vero, la prima moglie di Ernest riuscì a smarrire una valigetta che conteneva tutto ciò che il giovane aspirante romanziere aveva scritto fino a quel momento. Tutto scomparso, ogni esemplare, perfino le copie carbone. E di quei manoscritti non si è mai più saputo nulla.

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Foto Amanda Ronzoni

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Il sud bello e spettrale di De Seta – Dialogo con Paolino Nappi

Regista indipendente e controcorrente, Vittorio De Seta (Palermo 1923 ‒ Catanzaro 2011) ha fatto scuola. La sua opera complessa e multiforme mantiene una straordinaria attualità. Basti pensare a due nomi su tutti, Francesco Munzi e Michelangelo Frammartino, registi giovani e pluripremiati, il cui “realismo” filmico attinge alla lezione desetiana. Ne parliamo con Paolino Nappi, italianista, esperto di cinema, autore di un saggio su De Seta, L’avventura del reale (Rubbettino 2015).

Nel libro, parla di “metodo De Seta”. Che cosa intende? Mi riferisco a un modo di intendere il cinema e di conseguenza una concezione del mondo propri di questo artista, ma anche – direi – un modo di “stare” al mondo.

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“La regia si impara, ma non si insegna”: Amelio e Munzi dialogano sul cinema

cover_amelio_munziUn lungo dialogo: domande, risposte, riflessioni. Gianni Amelio e Francesco Munzi si interrogano e si raccontano. Da soli, per decine di ore di registrazione. Insieme, docente e allievo, venti anni dopo. È il 1997 quando Munzi, giovanissimo, studia regia al Centro sperimentale di Cinematografia, a Roma, e incontra un insegnante particolare: Amelio. Nel 2015 si ritrovano e nasce “L’ora di regia”, un affascinante percorso a due voci dentro il cuore del cinema (prefazione di Emiliano Morreale).

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“Omero al Faro”, la Sicilia fantastica di Mimmo Rando

 

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L’amore acceca. E stravia la mente. Scombussola. Specie se ostacolato o non corrisposto. Specie se non trova compiuta satisfazione, rilassato sfogo. E così capitò all’Olisse. Stravvedeva per mia zia Nina, ed i suoi sensi ne erano in assai stravolti. Soprattutto la vista. Che si sovraeccitava. Eccedeva. Vedeva Nina ovunque. 

«Non credo che Omero al Faro sia un romanzo nel senso classico del termine. È un addensato di frammenti narrativi che si coagulano, spesso per suggestioni ritmiche, e attraversano la vita immaginaria di una borgata dello Stretto che ebbe il pregio, sin dall’antichità, di essere teatro di fascinosi miti. Lo Stretto è stato sempre passaggio obbligato di Miti. Omero al Faro non poteva che rielaborarli e restituirli». Così Mimmo Rando parla della sua sorprendente opera prima, edita da Rubbettino nella collana Velvet. Un’uscita che ha subito convinto la critica e conquistato il pubblico, portando Rando tra i finalisti del Premio “Giuseppe Berto” 2016.  Continua a leggere