“Anime nere” in Olanda, l’onda lunga del romanzo di Gioacchino Criaco

Camminavamo veloci, gli scivolavo dietro come una slitta trainata dai cani, era così da ore. (…) Attraversammo, nell’ordine, boschi di lecci, bassi e fitti, pieni di cespugli spinosi che a volte vincevano lo spessore degli abiti e segnavano le carni; strette file di pino comune, dove il pericolo era rappresentato dai rami bassi e secchi che cercavano inesorabilmente gli occhi…

africo vecchio 2

Africo Vecchio – Foto Francesca Casciarri

Dopo le traduzioni in francese, tedesco e inglese, ora arriva in Olanda. Anime nere, il romanzo duro quanto ammaliante di Gioacchino Criaco, edito da Rubbettino nel 2008, percorre le strade letterarie del mondo conquistando sempre più lettori. «Diamante nero della letteratura calabrese e mondiale», per lo scrittore francese Serge Quadruppani, che lo ha portato oltralpe; «urticante», secondo Luigi Franco, direttore editoriale della Rubbettino, che nella pila di manoscritti in lettura, sin dalle prime pagine, ha intuito la forza narrativa di Criaco e la potenza dirompente della storia; «viscerale» per Francesco Munzi, che ne ha fatto un film da nove David di Donatello.  Il nero è quello della miseria, della terra saccheggiata, dell’identità smarrita. Della montagna che cova il male. Africo e le sue pieghe scure di dolore, in un angolo stretto di Calabria, ma potrebbe essere un qualunque posto del mondo dove la disuguaglianza genera disperazione e perdizione. E i giovani protagonisti sembrano appartenere a ieri, ma in realtà sono figli di luoghi e tempi immobili. Un romanzo scritto in soli quattro giorni, ma sedimentato dentro per anni, messo insieme attraverso tasselli di rabbia e amore. Ne parliamo con lo scrittore.

Continua a leggere

Fiorire nell’ombra guardando il cielo – Dialogo con Sonia Serazzi

Davanti al muro di casa nostra c’è un fico selvatico: era un virgulto quando i bimbi del quartiere lo steccarono con un legnetto per fargli sconfiggere il vento, poi stabilirono di innaffiarlo ogni sera. Le donne più anziane avrebbero voluto estirpare l’albero, con la scusa che le radici spaccano muri e strade, i rami e le foglie chiamano i fulmini, mentre col bel tempo tolgono luce, in più i frutti maturi cadono e sporcano l’asfalto. Ma alle vecchie rammentai che la pianta era nella nostra proprietà, e che doveva restarci, proprio perché per vivere sfidava cemento e bucava pietre. Ad Antonia Cristallo la discussione non interessava, ma si affacciò. “Rosamia ha ragione!” disse alle vicine. E Rosasua sono io.

cover serazzi

Rosa Sirace, ogni giorno, riporta su un’agenda le cose quotidiane, “la vita che faccio” dice. E racconta la bellezza dei giorni in un posto qualunque, a sud, in una dimensione sospesa tra realtà e sogno. Perché Rosa la vita la racconta, ma pure la inventa, la colora, in una maniera autentica, senza tradire il reale, anzi esaltandolo. Con lei, in un microcosmo caldo e vivido, si muovono Guido Sirace, Visconte di Verolea, Nicca Fiori, Baronessa di Babbumannu, Antonia Cristallo, nobili per “uno scherzo di famiglia”, poveri ma con la capacità di “alzare gli occhi in cerca di azzurro”. E tante altre figure che, pure nel breve spazio di poche pagine, acquistano subito importanza e spessore, attraverso gli occhi acuti di Rosa. Ma, soprattutto, attraverso la scrittura di bellezza assoluta ed essenziale di Sonia Serazzi, scrittrice dal forte impatto artistico e umano, capace di scovare tra le pieghe della vita la straordinarietà dell’ordinario. Nasce così Il cielo comincia dal basso, romanzo edito da Rubbettino nella collana “che ci faccio qui” diretta da Vito Teti, accolto con entusiasmo da pubblico e critica, premiato con numerosi riconoscimenti, tra i quali il primo posto nella sezione narrativa del Premio letterario Città di Siderno 2018, la menzione speciale al Premio letterario Mario La Cava 2018 e, di recente, il premio per la Cultura Mediterranea della Fondazione Carical.       Continua a leggere

«Scrivo in baita, pensando al Felice», intervista a Fabio Andina, vincitore del Premio “Terra Nova” 2019

«Avrebbe accolto la notizia con un sorriso. Contento per me. cover_striscia_premioMa senza commentare né allungarsi in alcun modo sulla cosa». La pozza del Felice di Fabio Andina (edito da Rubbettino, nella collana Velvet), a pochi mesi dall’uscita conquista i lettori e un riconoscimento prestigioso, il Premio “Terra Nova” della Fondazione Schiller per la letteratura elvetica. Un libro sorprendente e inatteso, si legge nella motivazione. «Davvero, se fosse ancora con noi, il Felice non avrebbe aggiunto nulla, distaccato, come è stato per tutta la sua vita, dalla “materialità” delle cose e, in un certo senso, anche dalle emozioni» dice Andina. Il romanzo, celebrazione della montagna come luogo del ritorno e della rinascita, come spazio per il silenzio e per l’ascolto autentico, e del suo protagonista, il Felice appunto, montanaro ascetico e stoico, con il suo rito dell’immersione quotidiana in un pozzo di acqua gelida, nei boschi tra le Alpi, è una lettura che scuote e pacifica al tempo stesso, che ci porta dentro l’anima del mondo e dell’uomo.

Continua a leggere

La pozza del Felice

Cinque e quindici. Apro la porta e una folata d’aria fredda mi colpisce il viso, più fredda degli altri giorni. Mi metto la giacca. Guardo il termometro. Un grado. Dal cono di luce del lampione vedo scendere acqua e neve. Ma chi me lo fa fare? Guardo in fondo. Da lui è tutto buio.

paesaggio innevato

La nebbia, i canaloni e le baite di sasso. Il freddo secco che annuncia la neve e poi il lucore del ghiaccio. Silenzio. Ma non solitudine. Ci sono l’Emilio, la Gilda, la maestra Sabina, la Vittorina e il suo mulo, il cane Black, il Vecchio Larice. E il Felice, con la sua pozza d’acqua gelida e il rito quotidiano dell’immersione, all’alba, da qualche parte sulle Alpi, in qualche punto nascosto tra le selve di abeti. La pozza del Felice di Fabio Andina (Rubbettino) racconta l’ultima frontiera dell’uomo. La montagna maestosa, la natura e gli animali come persone, i pochi abitanti come superstiti di un mondo alla deriva. L’ultima frontiera, come luogo di approdo e di ripartenza. Angolo e vastità in cui perdersi e ritrovarsi. Ricominciando da capo. Dalla vita scarna, essenziale. Pochissime parole, pochi vestiti, pochi oggetti, il cibo necessario.

Continua a leggere

“Un giorno di questi”, la Napoli potente e visionaria di Ciriello

Napoli è molto più grande della mia immaginazione, fin da bambino sapevo che anche da vecchio non sarei mai arrivato a conoscerla tutta, con le sue persone sospese, voce ’e notte. Generazioni di voci di notte, anime in pena che colavano via lungo scale e strade, per riversarsi in mare, per trovare uno sbocco, un orizzonte, aspettando sempre una luce, la magnanimità di un altro: santo o Dio che fosse, tra gli spari di una gioventù sempre più rumorosa col passare del tempo, così diversa dalla mia. Fenesta ca lucive e mo nun luce.

Andy-Warhol_vesuvius

Vesuvius – Andy Warhol

Napoli negli anni Ottanta del secolo scorso. Luogo di eccessi e grandezza, palcoscenico estremo del bene e del male, infinito mutare di tinte sempre accese. Così la racconta Marco Ciriello nel suo Un giorno di questi (Rubbettino), romanzo per frammenti, narrazione libera e sorprendente nello stile e nei contenuti, rievocazione storica, sociale, immaginifica. Ciriello, classe 1975, giornalista e scrittore, quegli anni li ha vissuti da bambino, ma li racconta nei panni adulti di un cronista, chiedendo storie e memorie a chi davvero è stato giornalista di punta nella Napoli di allora, come Francesco Palmieri. Storie vere ma pure l’universo visionario di Ciriello, le fascinazioni di un mondo conosciuto attraverso altri occhi eppure sentito in maniera tanto vivida da ricordarlo e raccontarlo con nostalgia rabbiosa, dolente, ironica.

Continua a leggere

Divertimenti seri e buffi

Le riflessioni morali di Dufresny nella collana del CESPES edita da Rubbettino Intervista a Giuseppe Pezzino

(…) per Dufresny, divertirsi significa cercare il modo più piacevole di colmare, col vino della risata, il calice di un’esistenza che odora di finitudine e di morte. E poiché «la vita stessa non è che un divertimento in attesa della morte», divertirsi divertendo i suoi lettori è forse il modo meno brutto d’ingannare il tempo, sostituendo al desiderio deludente della durata il fascino del gioco e il piacere dell’istante (G. Pezzino)

CharlesDufresnyIl 3 novembre 2015 nasce il CESPES, Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento dell’Università di Catania. È il punto di arrivo di un lungo lavoro preparatorio, che ha visto i professori Giuseppe Pezzino e Maria Vita Romeo (oggi direttrice del Centro) impegnati nell’elaborazione e nella realizzazione di un progetto che, coniugando il momento della ricerca con quello della didattica, mirava all’approfondimento di alcuni aspetti del pensiero filosofico e scientifico di Blaise Pascal. Lavoro iniziato nel 2003, caratterizzato da un’intensa attività seminariale, in sinergia con l’Université B. Pascal di Clermont-Ferrand, la Società Filosofica Italiana e il Fondo Sociale dell’Unione Europea, che ha man mano consacrato Catania come uno dei centri pascaliani di livello internazionale. Ricordiamo per le Giornate Pascal,«L’incerto potere della ragione» (2003); «Abraham: individualità e assoluto» (2004); «Il moderno fra Prometeo e Narciso» (2005); convegno internazionale «Port-Royal e la filosofia» (2010); convegno internazionale «Ricchezza e importanza degli Opuscoli pascaliani» (2016). Il Centro, oltre ad avere un buon numero di sostenitori fra studiosi e studenti, è oggi affiancato da un’autonoma associazione, “Amici del CESPES”, presieduta dal professore Francesco Belfiore.

Continua a leggere

Blade Runner, l’unico

Il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere (P.K. Dick su Blade Runner di R. Scott)

cover_blade_runner

«Lungo, noioso, vuoto. Una tragedia cosmica. Blade Runner 2049 è semplicemente un film non riuscito. Impossibile qualsiasi paragone con il capolavoro del 1982». Luigi Cimmino, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Perugia e curatore di numerosi saggi, commenta così la visione del film di Villeneuve. Tra i suoi più recenti lavori Umanesimo e rivolta in Blade Runner, con Alessandro Clericuzio e Giorgio Pangaro, del 2015, uno dei gioielli della collana di cinema edita da Rubbettino e diretta da Christian Uva. La monografia mette a confronto Philip K. Dick e il suo romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, con il film di Ridley Scott analizzando contesti, riferimenti filosofici e religiosi e, soprattutto, l’ispirazione visionaria dell’uno e dell’altro. Un saggio che si avvale di tanti autorevoli contributi, tasselli di un mosaico tra letteratura e cinema dove le differenze tra il libro e il film, sottolineate e ben analizzate, riportano all’unicum costituito dalle atmosfere magnificamente descritte da Dick e magicamente riprodotte da Scott.

Continua a leggere

Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza genio, scriveva Servio tra il IV e il V sec. d.C. Il genio, lo spirito dei luoghi e delle persone. E Francesco Bevilacqua, “cercatore di luoghi dimenticati”, come lui stesso si definisce, viaggia, esplora e scrive in perenne ricerca del nume che vivifica la natura. Un rapporto quasi simbiotico il suo con montagne, boschi, acque e paesi sepolti dal tempo. Instancabile percorre la Calabria dalle mille fascinazioni fotografando ogni luogo e annotando descrizioni, riflessioni, sentimenti. Sulle tracce dei viaggiatori del Grand Tour o alla scoperta di angoli reconditi. Ne è nata una produzione fotografica e letteraria ampia e ricca. Ci soffermiamo con l’autore su Genius Loci – Il dio dei luoghi perduti (edito da Rubbettino, come gran parte dei suoi libri), trattato breve e denso sull’essenza profonda e ancestrale della natura e dei luoghi.

E - bevilacqua_8

Come si sono modificati nel tempo il concetto e l’idea del Genius lociC’è stato innanzitutto un nascondimento. Il genio custode dei luoghi, questa divinità che prima, nella religiosità greco-romana, permeava città, campagne, boschi, fiumi, montagne, con l’arrivo del cristianesimo è divenuta incubica, sotterranea.

Continua a leggere

L’uomo e il cane nella letteratura medievale

Definire il ruolo del cane nella letteratura medievale italiana non è semplice, perché entrare nel mondo del Medioevo può significare immergersi nell’universo dell’immaginario, della fiction e della menzogna (….). In tutto questo il cane è rimasto fedele, rassegnandosi alla storia dell’uomo e alla Bellezza di ogni sua arte. Un’attesa messianica, in cui il cane rimanda anche di morire, come Argo per Ulisse, pur di realizzare l’unico scopo della sua esistenza: rivedere il suo compagno umano un’ultima volta ancora.

 

Marco Iuffrida, dottore di ricerca in Storia Medievale, è autore del saggio Cani e uomini – Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016). Studioso dell’interazione uomo-animale, partecipa al dibattito e alla ricerca internazionale. Lo abbiamo intervistato sull’argomento. 

A parte la caccia, quale è il mezzo che nel Medioevo amplifica e solidifica il rapporto uomo-cane? In quel periodo quali altre espressioni rintracciamo di questo legame e in quali testi lo verifichiamo? Quello tra uomo e cane è un connubio che ha percorso la storia e che dura tutt’ora. Come noi, oggi, non possiamo ridurre la compagnia del cane a semplice “moda”, tanto meno possiamo farlo per epoche come il Medioevo e il Rinascimento. La presenza del cane nella vita quotidiana del tempo non si ferma certo all’impiego di questo animale in attività come la caccia. In quei secoli emerge – ma è un processo che parte migliaia di anni prima – un forte sodalizio “sacro” del cane con molte religioni. Continua a leggere

“Racconto i popoli ai margini”: la montagna e le minoranze nei libri di Criaco

leogrande_de silva_criaco

Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco

Sto per riprendere il cammino, sento nuovamente quel verso, lo stesso che ho sentito durante la tormenta di neve, è solo più acuto e prolungato della volta precedente. Deve essere vicinissimo. Non c’è dubbio è l’ululato di un lupo. Poi lo vedo. Esce dal bosco, entra nel sentiero e si ferma in mezzo al passo. Distinguo nitidamente i suoi grandi occhi gialli. È una bestia magnifica, con piedi e testa giganteschi. Lancia un altro ululato e corre via. (La memoria del lupo, Gioacchino Criaco, in L’Agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino, Feltrinelli 2017)

«L’Agenda è un viaggio di ritorno che mette in fila le certezze di una vita e le trasforma in dubbi. “Ho fatto la scelta giusta?” è la domanda che si pongono i protagonisti della mia storia. E il dubbio, secondo me, riportava a casa della madre il giudice, che ne usciva rafforzato, convinto». Gioacchino Criaco, insieme a Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva ed Evelina Santangelo, è uno dei sette autori per Borsellino, nell’opera curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano per Feltrinelli. A 25 anni dall’uccisione del magistrato e della sua scorta, un progetto voluto dall’associazione culturale L’Orablù di Milano, per ricordare e riflettere. La famosa agenda rossa di Borsellino sparì misteriosamente subito dopo l’attentato del 19 luglio 1992. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. L’Agenda ritrovata, simbolicamente, ha viaggiato da giugno a luglio di regione in regione, in una ciclo-staffetta della memoria, su terreni scomodi, accidentati e tortuosi. Un cammino a tappe fino all’arrivo a Palermo il 19 luglio. Quella raccontata per l’occasione da Criaco è una storia di mistero e introspezione, sospesa tra il sogno e il ricordo, nella ricerca dell’autenticità delle proprie radici. Con lui parliamo di storie e di scrittura. Continua a leggere