La pozza del Felice

Cinque e quindici. Apro la porta e una folata d’aria fredda mi colpisce il viso, più fredda degli altri giorni. Mi metto la giacca. Guardo il termometro. Un grado. Dal cono di luce del lampione vedo scendere acqua e neve. Ma chi me lo fa fare? Guardo in fondo. Da lui è tutto buio.

paesaggio innevato

La nebbia, i canaloni e le baite di sasso. Il freddo secco che annuncia la neve e poi il lucore del ghiaccio. Silenzio. Ma non solitudine. Ci sono l’Emilio, la Gilda, la maestra Sabina, la Vittorina e il suo mulo, il cane Black, il Vecchio Larice. E il Felice, con la sua pozza d’acqua gelida e il rito quotidiano dell’immersione, all’alba, da qualche parte sulle Alpi, in qualche punto nascosto tra le selve di abeti. La pozza del Felice di Fabio Andina (Rubbettino) racconta l’ultima frontiera dell’uomo. La montagna maestosa, la natura e gli animali come persone, i pochi abitanti come superstiti di un mondo alla deriva. L’ultima frontiera, come luogo di approdo e di ripartenza. Angolo e vastità in cui perdersi e ritrovarsi. Ricominciando da capo. Dalla vita scarna, essenziale. Pochissime parole, pochi vestiti, pochi oggetti, il cibo necessario.

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