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di Gioacchino Criaco*

«Ho paura della triste vita dei gaggia», dice Corabia, rovescia in un attimo tutti gli stereotipi: anche i Rom hanno paura, di molte cose, fra i pericoli maggiori ci sono gli altri, i diversi. I rifiutati diventiamo noi, tutti i non Rom, per loro il mondo è due metà: Rom e non Rom (o gagikani, o gagè, o gaggia). «Ci ho provato a vivere da gaggia, ho nascosto la mia identità, affittato una casa e mi sono vincolata in una famiglia ristretta, senza feste e ritrovi densi di schiamazzi. Non potevo esistere fuori dai panni della mia storia, dagli abbracci dei miei infiniti parenti e dalle loro rumorose e caotiche riunioni, ma avrei continuato a provarci se mio marito non avesse perso lavoro e stipendio: ho abbandonato i panni e mi sono separata dalla casa e sono tornata nel campo». Sì, forse davvero servirebbe uno spazio geografico che riunisse tutta la diaspora Rom, diciotto milioni di persone in Europa, perché non ci fossero né altri né paure. Ma una tale soluzione non esiste, in questo mondo i Rom sono gli altri, «e voi fate paura, Corabia. Rubate, mandate i bambini a chiedere l’elemosina, i vostri campi si circondano di immondizia e nei quartieri in cui vivete, spesso, si creano tensioni insostenibili». Il container del centro di accoglienza temporanea di via Sacile-Bonfadini, periferia Sud-Est di Milano, ha una scossa, dondola morbido. È il treno, spiega Silvia, di Architetti Senza Frontiere: il campo è chiuso fra ferrovia, Ortomercato e un viale molto trafficato, ogni volta che passa un treno, spessissimo, si sale sull’altalena. Il C.A.T, visto dall’alto, è un triangolo che sembra sparato giù dallo spazio, un disegno geometrico perfetto dentro un luogo irrazionale. A due passi ci è cresciuto un villaggio fatiscente per senzatetto abusivi, a tre passi ci sta un campo di Rom abruzzesi regolare: un miscuglio di mondi appartati che incombe sul quartiere Molise Calvairate Conti, Municipio Quattro. Legna secca sempre pronta all’incendio, ed è forse la forma che ha attratto gli architetti senza frontiere che sono impegnati in molti progetti di integrazione, in diversi luoghi dell’Italia e del mondo, qui provano a disinnescare i falò, fanno da tramite fra i centoquaranta senza casa accolti nel centro, una ventina di famiglie numerose, quasi tutte Rom, e gli abitanti del quartiere. È una missione complicata: parlarsi, dalle rispettive posizioni, per spiegarsi le paure, reciproche, per dirsi la verità senza mediazioni. L’idea iniziale di A.s.f. era di costruire un luogo fisico, un edificio, in cui la discussione avesse una casa, ma il Comune ha annunciato che il CAT sarà trasferito, e lo spostamento potrebbe arrivare da un giorno all’altro. Allora gli architetti hanno progettato una casa mobile, un allestimento in legno itinerante che cerca di portare in giro il dialogo che si è sviluppato fra quartiere e centro: nella struttura, in varie piazze cittadine, gli interlocutori s’incontrano, e il dibattito naturalmente viene aperto a tutti. I protagonisti si raccontano anche attraverso le immagini di un documentario che Asf sta producendo in collaborazione con Elena Mocchetti. «È vero, molti Rom rubano, e dire che io e molti altri non lo facciamo non serve a nulla», dice Corabia, quando il treno è passato e il container, che contiene diverse famiglie divise da separé inventati, smette di dondolarsi. «Ed è anche vero che molti bambini del popolo Rom vengono sfruttati, che spesso circondiamo i campi di rifiuti e li facciamo diventare discariche, che la nostra arroganza scombina la vita di gente normale che vorrebbe solo una vita tranquilla. Ma c’è una parte di noi che ambisce alla normalità». Corabia afferma che diverse cose che si dicono su di loro non sono stereotipi, e che l’elencare le cause, addossare le responsabilità non risolveranno i problemi. I Rom, per salvarsi non devono delegare ad altri il compito, una via che migliori la propria esistenza se la devono costruire da soli. «Piccola Arca, è il significato del mio nome», fa. Suo padre glielo ha dato con la speranza che lei fosse portatrice di vita, di tanta vita diversa, e davvero è successo: si è sottratta alla promessa fatta prima che nascesse, ha spezzato una tradizione antica, che anche questa è ancora presente, e ha rotto il matrimonio combinato per lei. Ha scelto e ha fatto vincere il proprio amore. Ha sposato chi voleva lei. Questo è uno dei modi per trovarsi la via. «Ma com’è che noi gaggia siamo tristi?», le chiedo. Secondo lei, ma anche secondo i Rom, noi facciamo feste solo in ricorrenze prestabilite, e questa è una cosa terribile. Per i Rom la convivialità, lo stare insieme sono le cadenze dell’esistenza, non gli inciampi. Ed è inutile spiegare che anche noi amiamo le bisbocce, che anzi nemmeno c’è un noi e voi, che il mondo dei gaggia è vasto, variegato. Si fa seria, come a significare che si è rattristata troppo a parlare per molto tempo con un gagè. Lo ridice, lei, gli altri, non se la possono permettere una vita gaggia, ci ha provato e non ha la forza e le economie per rifarlo, ma i suoi figli li ha fatti studiare, hanno tutti un diploma, e per loro accetterebbe di fare qualunque sacrificio, si rassegnerebbe anche a vederli un po’ tristi, ma sarebbe felice se diventassero dei gaggia e se ne andassero per sempre dallo sfacelo dei campi. 

* Scrittore, autore tra gli altri dei romanzi Anime nere (Rubbettino) e La maligredi (Feltrinelli); Articolo tratto da Repubblica Milano.

Sullo stesso tema: La mia esagerata famiglia Rom, di Valerio Nicolae (Rubbettino)

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Zingara addormentata – H. Rosseau

 

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