# invisibili

di Gioacchino Criaco

Stanno stesi come fossero morti, sbattono d’improvviso le braccia che sembrano ali implumi di passeri caduti dal nido. Chissà se volerà a terra, la madre, a riprenderli? Chissà se vogliono ritornarci in un covo caldo di rametti e foglie? I barboni stanno in centro, a Milano, punteggiano i colonnati intorno al Duomo con le loro vettovaglie colorate in tinta col Natale che arriva. Si allungano sul Corso Vittorio Emanuele, per le vie della moda, giù fino a Cavour, e poi nel grembo del Piermarini e nel covo dell’Ottagono.

Scelgono gli angoli illuminati, le vetrine più belle. Ombre in luce, i senza casa a Milano sono meno di tremila, e poco più di duecento non accettano, o non hanno, alcuna sistemazione: vivono la strada. Ne conoscono i pericoli, per questo si accalcano intorno alla Madonnina, qui c’è sempre qualcuno fra carabinieri e polizia, è strano ma per loro che stanno fuori da tutto: una presenza rassicurante. Si ignorano, clochard e agenti, vivono la notte su linee parallele che non s’incrociano: i senza tetto sono maestri della discrezione e i tutori dell’ordine gli sono compagni d’addiaccio, una complicità muta, difficile da confessare. Gli homeless vanno a letto presto, nella fretta di chi ha casa e vi si dirige per cenare, nel passo svelto di chi ha soldi in tasca e si permette un ristorante. Iniziano i conti con la notte dalle prime ombre, per regolarli velocemente e conquistare un’alba con meno insidie. Ci sono quelli, i più, che non vogliono rapporti con nessuno, non accettano i sorrisi, gli sguardi bonari, non chiedono nulla ed è inutile rivolgergli la parola: forse nemmeno le sentono le voci. Ci sono quelli che accettano di donarti qualche sillaba in cambio di una sigaretta o una moneta: parole soddisfacenti, fatte apposta per compiacere chi domanda. E poi, pochissimi, ci sono i senza casa logorroici che intavolano discussioni infinite dense di avventure, di amori e fortune grandiose, tutti passati, finiti per un’ingiustizia, una malvagità o travolti dal caso. Sotto una vetrina lussuosa che fa ad angolo con la Galleria del Duomo, una coppia prepara un letto matrimoniale, e l’aspetto è florido, felice. Il loro talamo è una consuetudine per chi non è in visita al centro, o alla città. Luigi è seduto sulla sua casa portatile, le spalle attaccate a una colonna, si prende due sigarette, a una stacca il filtro e l’accende, l’altra la tiene per dopo, “avevo un’azienda”, afferma, “giù, fra Pagani e Salerno, e se l’è mangiata la camorra”, sputa il tabacco che gli si è impigliato fra i denti, e distoglie lo sguardo, per dire che per due sigarette basta così. Valentino si solleva a sedere, mi manda a prendergli un caffè e dopo averlo bevuto a metà mi rivela che a lui l’hanno rovinato i Ceausescu, che non gli hanno permesso di venire nel mondo libero dalla Romania a fare i soldi: quando lanciava il peso lontano come nessun altro. Dopo, quando tutto si è aperto i muscoli non ce li aveva più buoni, e quei pochi che gli erano rimasti la fame se li è mangiati in fretta. Tira su le maniche di una felpa che un tempo deve essere stata gialla e mi mostra ciò che rimane di bicipiti che forse davvero sono stati gloriosi. Vittorio, in piazza Cavour, vanta un passato nella mala milanese, ma i dettagli che racconta non combaciano con l’età che dimostra. E nemmeno il passato di ballerina di Lidia, che ha casa all’aperto, in San Babila, ha un sapore sincero. C’è un via vai di storie, vere, presunte, immaginate, cangianti con l’umore e l’interlocutore, che si dipana nella notte milanese. Storie raccontate, viste, sentite, migliaia di volte, molte molte di più delle duecento e passa esistenze che si dividono gli spazi al coperto dalla pioggia del centro milanese. Ogni senza tetto ne ha una nutrita scorta, da raccontare agli altri, soprattutto a se stesso. Narrazioni commoventi da contrapporre e sovrapporre all’atmosfera di festa che cavalca al galoppo. Però, per averne una giusta, una buona su duecento e passa, bisogna aver pazienza, sopportare il freddo e le chiacchiere. Poi arriva come non ti aspetti, col passo leggero di una ragazza, sorvegliata da due bastardini che le stanno ai fianchi. Piega le ginocchia, si accovaccia sui polpacci, come fanno certi cinesi in Palo Sarpi, i cagnolini si sdraiano a terra, lei poggia un bicchiere di carta, guarda il barbone che le sta accanto, tira fuori da uno zaino un libro, lo apre e legge. Dieci minuti e se ne va. Centro metri, una nuova sosta vicino a un’altra dimora di un senza dimora, ancora una lettura e riparte. Attraversa la notte da un barbone all’altro, sposta bicchiere e cani e sfoglia le pagine. Ha una patina nera sulle mani, in faccia. Non è sporca. Ha trent’anni, no, forse venti, pure meno. Ha i capelli corti, un giubbotto troppo leggero per non avere freddo. Non trema. Gira da un dormiente all’altro. Mi faccio vicino, troppo, alza gli occhi, luminosi, un attimo. Continua a leggere, lo fa con una voce bassa, cantilenante. Racconta storie a chi ne ha troppe, o non ne ha nessuna. A chi è caduto fuori dal nido.

* Articolo tratto da Repubblica Milano, a firma dello scrittore Gioacchino Criaco, autore tra gli altri dei romanzi Anime nere (Rubbettino) e La maligredi (Feltrinelli).

barboni_milano

 

di Maria Teresa D’Agostino

Fa freddo stanotte. I cartoni non bastano sotto l’arco del ponte. Quel po’ di fuoco si è spento da un pezzo. Fa freddo stanotte, tra il cielo vuoto e i pensieri pesanti. Fa freddo stanotte, nella lana grezza del deserto, sulla panchina della stazione centrale, nella carcassa d’auto senza vetri. Fa freddo nella gabbia che aspetta il macellaio. Nella cella che vede già il boia. Nelle stanze affogate di birra. Fa freddo stanotte, nei corridoi bianchi, appesi al tubicino lento che trattiene il braccio, nella via scura con l’ago che spacca le vene, nelle sale che attendono un treno qualunque. Fa freddo stanotte sui barconi in mare. Sui carri stretti di agnelli senza acqua e senza riposo. Sotto la luce perenne del neon senza sbattere le ali, senza erba, senza sole. Fa freddo nell’urlo delle camere a gas. Fa freddo mentre il corpo suda e si dissolve. Fa freddo mentre si strappa via il manto. Fa freddo ancora. E ancora. Fa freddo stanotte. Mi hai lasciato lì, in una piazza troppo grande. Lì tra il guardrail e una strada senza fine. Lì, nell’ultimo pianto di un cassonetto. Fa freddo stanotte nella 0024 con il muso tra le sbarre e gli occhi fissi nel buio. Fa freddo anche se proviamo a stringerci, se ci tiriamo addosso una coperta, se troviamo altra legna. Fa freddo stanotte.

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Mendicante accovacciata – Picasso

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