La pozza del Felice

Cinque e quindici. Apro la porta e una folata d’aria fredda mi colpisce il viso, più fredda degli altri giorni. Mi metto la giacca. Guardo il termometro. Un grado. Dal cono di luce del lampione vedo scendere acqua e neve. Ma chi me lo fa fare? Guardo in fondo. Da lui è tutto buio.

paesaggio innevato

La nebbia, i canaloni e le baite di sasso. Il freddo secco che annuncia la neve e poi il lucore del ghiaccio. Silenzio. Ma non solitudine. Ci sono l’Emilio, la Gilda, la maestra Sabina, la Vittorina e il suo mulo, il cane Black, il Vecchio Larice. E il Felice, con la sua pozza d’acqua gelida e il rito quotidiano dell’immersione, all’alba, da qualche parte sulle Alpi, in qualche punto nascosto tra le selve di abeti. La pozza del Felice di Fabio Andina (Rubbettino) racconta l’ultima frontiera dell’uomo. La montagna maestosa, la natura e gli animali come persone, i pochi abitanti come superstiti di un mondo alla deriva. L’ultima frontiera, come luogo di approdo e di ripartenza. Angolo e vastità in cui perdersi e ritrovarsi. Ricominciando da capo. Dalla vita scarna, essenziale. Pochissime parole, pochi vestiti, pochi oggetti, il cibo necessario.

La scrittura minimalista di Andina fissa immagini e storie come cesellate, ci guida dentro uno scenario che riconosci perché è quello della montagna con la sua vastità, della natura amica, e che al tempo stesso osservi con occhi nuovi, forse un po’ smarriti, con la mente aperta, libera. Perché una vita spartana, fatta solo di piccole cose, di suoni rari e ovattati, di ciò che conta e niente altro, l’uomo moderno non sa più nemmeno immaginarla. Fabio Andina mi parla al telefono da un bosco tra le Alpi, al buio. Poco distante la strada e le luci di un paese di poche anime che solo nei periodi di vacanza accresce il numero. Leontica, a 1000 metri d’altezza, in Svizzera.

 

«È a un’ora di macchina da Madonna del Piano, dove vivo, nelle pre-alpi ticinesi. Qui abbiamo la baita di vacanza che comperarono i miei genitori quando sono nato. Per un po’ di anni ci ho anche vissuto. Ho in mente di tornarci in pianta stabile; è la dimensione di vita in cui mi ritrovo» dice. «È qui che, ancora bambino, ho conosciuto Felice. Ed è tra questi boschi che prendono forma le storie che racconto. Quella della pozza girava tra i pochi abitanti del paese come una leggenda. Ma è tutto vero, solo il nome è inventato. Da grande Felice l’ho frequentato per tre anni, quando lui ne aveva già novanta. Ci siamo parlati in lunghi silenzi senza vuoto. Quattro anni fa è mancato. Oggi mi immergo nella sua pozza, glielo devo». Figura quasi ascetica il Felice. Come tutti gli altri personaggi del romanzo, sospesi in una dimensione spazio-temporale che la vita frenetica, caleidoscopica e annichilente dei nostri giorni ci fa apparire come un “altrove”, un luogo essenziale dell’anima, che ci attira per la pace e, ci allontana, al tempo stesso, per quel costringerci al contatto profondo con noi stessi. «Della montagna amo i silenzi, la lentezza delle giornate, i paesaggi incontaminati, l’assenza di traffico, di folla, e le persone cordiali, semplici che ci vivono». Ma scendere nel fondo di sé, come dentro la pozza del Felice, anche se per un attimo, non è esercizio facile, né indolore, seppure alla fine benefico. «Negli anni vissuti lassù mi ero scoperto misantropo, selvatico. La montagna è fatta anche di asperità e ruvidezze che un po’ si finisce per fare propri in qualche modo».

 

alpi_neve

Andina, laureato in cinema a San Francisco, menzionato al Premio Chiara Inediti per una sua raccolta di racconti, ama Haruf, McCarthy, Pavese, Stern, Faulkner; si è formato sulla stesura di sceneggiature e lasciando fluire i pensieri attraverso le parole come gli artisti della Beat Generation, il cui stile influenza i suoi primi scritti. Ama la vita minimalista, come quella del protagonista del suo romanzo e del co-protagonista narratore, alter ego del Felice. «La pozza dista quarantacinque minuti a piedi dalla mia baita, una scarpinata ripida fino a 1400 metri di quota. Così mi sento vicino al Felice – conclude Andina –. Ora, sono sempre più alla ricerca dell’essenziale. E, ogni volta che mi bagno in quell’acqua gelida, riallaccio il legame con quel modo di vivere del Felice che forse un giorno, quando mi ritirerò per sempre in baita, abbraccerò».

fabio andina

 

cover_andina

(Le foto dei paesaggi innevati sono tratte dal web)

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