“La maligredi”, c’era una volta il Sud

di Alessia Principe*

la maligredi_criaco

C’era una volta il Sud, polvere masticata in bocca quando si alzano troppo i tacchi, i calzoni a metà coscia, la figura smilza e pelle e ossa della prima adolescenza che sgambetta in fretta. E nella corsa, la gioventù con le ginocchia sbucciate, dimentica molte cose ma si porta appresso impresse e incollate le immagini delle feste, delle fiere, il paese illuminato, l’odore delle caramelle un po’ prese a moneta un po’ sgraffignate con astuzia, il profumo circense del mais sbruciacchiato dagli zingari che la sanno lunga lunga, e giocano con i paesani prendendoli anche per i fondelli quando quelli cercano di batterli nei giochi di maestria. La giovinezza è fatta di episodi che trovano posto nella memoria e scansano gli altri più in fondo, negli ultimi cassetti: resta una coda di volpe strappata via a una giostra, una scommessa vinta per un pelo, la gioia di averla fatta a tutti, anche ai grandi, la sensazione di essere vincenti e che tutto il resto è una discesa da fare in bici con i piedi alzati e le mani sul manubrio per festeggiare.

“La maligredi”, l’odio sottomarino che monta finché esplode in tempesta l’odio caricato a pallettoni di rancore e vendetta, minaccerà molto dopo le case sparse nelle rughe, quando del gioco trionfante non sarà rimasto che l’ultimo gusto sulla punta della lingua, quando il futuro apparirà in visioni febbricitanti stimolate dalla paura di quello che sarà, quando il malessere ronzante intorno all’infanzia tarda si farà tentazione a cui cedere per strappare qualche benessere necessario.

Nicola, Filippo e Antonio, ci saltellano in mezzo al guado scivoloso, con un occhio alla riva asciutta e l’altra al mare chiazzato di alghe scure con la melma sotto. In fondo, sono ragazzi, in fondo cosa vogliono? Una vita migliore per sé e le proprie madri. Perché i padri sono lontani, andati alla Germania come si andava all’America, e poi qualcuno finisce che non torna più e nell’armadio di casa, ad Africo, ci lascia solo il vestito buono che spande vecchio odore di colonia. Quello che basta a non farlo sembrare un fantasma inventato dalla suggestione o a credere nel ritorno, prima o poi, risolutivo di tutti i guai. E intanto che l’illusione culla le notti, qualcuno deve badare a queste madri, che amano a petto pieno, e hanno quell’odore di zucchero scaldato troppo sul fondo del latte, che per ora si chinano sui gelsomini, li contano, li raccolgono e dimenticano cosa vuol dire avere la schiena dritta senza dolore.

Così la rivoluzione. La rivoluzione che è una parola che sparge coraggio anche solo a dire a voce alta le prime lettere. E qualcuno la pronuncia intera da un altoparlante e tutti gli credono, e i ragazzi la vogliono questa rivoluzione che sa tanto di miglioramento, di possibilità, di futuro migliore senza gnuri, padri e padrini, padroni. Di rivoluzione ci infarcisce le frasi Papula, che ha un maglione rosso vermiglio e un sacco di idee per la testa, tipo la stazione della ferrovia da rifare anzi da fare proprio, per non prendere più il treno al volo e sentirsi non gli ultimi ma come i tanti che hanno diritti e cose come fosse normale. Ma la rivoluzione trascina in basso in un attimo i detriti sedimentati più in alto, scuote come terremoto la base della roccia e chi si trova sotto, se non si scansa, finisce o senza casa o con la testa rotta. E allora per stare meglio si stringe la destra in quella dei signori che comandano oppure si scappa via finché c’è fiato credendo alla montagna e a quello che racconta, alle sue storie a tinte insolite per il maestoso Aspromonte ferito al costato come Moby Dick da tanti Acab che lo hanno reso malvagio e assetato di sangue. Invece lassù c’è la vista del mondo, l’aria che profuma, leggera, e negli anfratti si nascondono gli abitanti del micromondo fatato universale: folletti, gnomi e fate alate pigiate nei racconti delle vecchie depositarie dei segreti dei crinali. E lì, proprio sulla vetta di quella balena colpita dalle frecce ora punta di un Eden mascherato da una cortina di nebbia per chi non merita di vedere, c’è la visione più pura delle cose, e il futuro che sarà.

La maligredi di Gioacchino Criaco (Feltrinelli) è un soffio di avventura, c’è la cinematografia di Sergio Leone di C’era una volta in America che occhieggia nelle gesta di Nicola, Antonio, Filippo, nella fase liquida della preadolescenza, quando gli eroi dei fumetti sono il rifugio migliore, meglio delle donne che in città aspettano nei bodoir dietro porte chiuse. Bisogna dimostrare di esser uomini anche se capire la natura del coraggio di Tex Willer è più coinvolgente che spogliarsi e sentire freddo prima dell’ondata di calore. Ma ci sono anche retrogusti da Il corpo di Stephen King senza una ferrovia ma una spiaggia chiamata “delle Tartarughe” a far rabbrividire e crescere in fretta. La tela del romanzo di Criaco non è avara di sfumature e della luce dell’età delle fionde e dell’amore raccolto in un risvolto di coperta. E poi c’è il rosso con cui lo scrittore colora la sua Africo, non il vischioso rosso delle cose perdute, ma quello acceso dei tramonti che portano bel tempo.

 

*Alessia Principe, giornalista professionista, scrive di cinema e televisione sul blog dell’Huffington Post. A ottobre 2016 la sua mostra video-fotografica “Stati Uniti della Sila” è stata esposta alla Galleria nazionale di Cosenza. Tre volte, edito da Bookabook, è il suo primo romanzo.

 

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