Epepe

Anche alla reception dell’albergo c’erano molte persone in attesa. Budai dovette mettersi in coda e quando finalmente si trovò davanti al portiere, un uomo con i capelli grigi in uniforme scura, alle sue spalle una famiglia chiassosa e carica di bagagli, composta da padre, madre e tre bambini agitati, cominciò a pressarlo con impazienza e perfino a urtarlo: a quel punto successe tutto rapidamente, quasi suo malgrado. Parlò di nuovo in finlandese, ma il portiere non lo capiva, allora provò in inglese, in francese, in tedesco, in russo, senza successo: il portiere rispose in un’altra lingua che Budai non aveva mai sentito. 

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Maurits Cornelis Escher – Altro mondo (litografia)

Un luogo non-luogo dove si parlano tante lingue quante sono le innumerevoli persone che vi abitano. Ciascuno la propria, almeno così pare a Budai, linguista (!) ungherese, che diretto a Helsinki per un congresso si ritrova in una metropoli sconosciuta e affollata, senza possibilità di uscita. Soprattutto, senza possibilità di capire ed essere capito. Di fronte a qualcosa che a volte non pare neppure una lingua, ma solo un miscuglio di suoni gutturali, sillabazioni e poco altro. Nulla che permetta all’insigne professore una benché minima ricostruzione alfabetica. Un’enorme città-labirinto, sovraffollata, con chilometriche file d’attesa ovunque, rumorosa e inconcludente, con facce sempre nuove e tutte diverse, dai connotati razziali confusi e sovrapposti. Il paradosso della solitudine estrema in mezzo a una folla che sembra quasi traboccare e straripare per precipitare nel dramma dell’impossibile comunicazione.

Il tutto in una visione distopica che proietta verso un futuro spaventoso o, peggio ancora, in un’ipotesi di universo “parallelo” dentro cui si rimane intrappolati. Solo riconoscersi e capirsi a pelle strappa – per il breve momento dell’abbandono amoroso, solo per quel breve momento – a una condizione di isolamento imposto e disperato.

 

 

Angosciante e claustrofobico, Epepe dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy (ed. in Italia da Adelphi), è un incubo che dà voce ai mostri dell’epoca moderna: la fretta dei tempi, l’incapacità di capirsi, le prigioni di cemento dentro cui ci smarriamo. Pubblicato nel 1970, il romanzo – che sconfina nel grottesco, non senza concessioni all’ironia – è, certo, metafora delle dittature di quegli anni nei Paesi dell’Est, ma è pure, e forse soprattutto, dramma dell’uomo contemporaneo, schiacciato e annichilito attraverso totalitarismi, a volte dichiarati, più spesso camuffati, che impediscono comprensione e condivisione. Se non per un breve attimo concesso all’amore. Tanto breve da riprodurre la stessa distruttiva caratteristica precipua della società-Babele in cui nasce: l’impossibilità di capirsi fino in fondo. Così, la ragazza bionda che intreccia occhi e disperazione con Budai, forse si chiama appunto Epepe, ma potrebbe essere pure Bebe o Tetete, o altro ancora. Tutti irrimediabilmente estranei. Eppure ancora capaci di trovarsi nel disperato bisogno di affermazione, come in un’improvvisa e improbabile rivolta soffocata da carri armati militari. Mentre via via si assiste al progressivo anestetizzarsi delle emozioni. Con un finale aperto a diverse interpretazioni. 

 

 

 

 

 

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