Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza genio, scriveva Servio tra il IV e il V sec. d.C. Il genio, lo spirito dei luoghi e delle persone. E Francesco Bevilacqua, “cercatore di luoghi dimenticati”, come lui stesso si definisce, viaggia, esplora e scrive in perenne ricerca del nume che vivifica la natura. Un rapporto quasi simbiotico il suo con montagne, boschi, acque e paesi sepolti dal tempo. Instancabile percorre la Calabria dalle mille fascinazioni fotografando ogni luogo e annotando descrizioni, riflessioni, sentimenti. Sulle tracce dei viaggiatori del Grand Tour o alla scoperta di angoli reconditi. Ne è nata una produzione fotografica e letteraria ampia e ricca. Ci soffermiamo con l’autore su Genius Loci – Il dio dei luoghi perduti (edito da Rubbettino, come gran parte dei suoi libri), trattato breve e denso sull’essenza profonda e ancestrale della natura e dei luoghi.

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Come si sono modificati nel tempo il concetto e l’idea del Genius lociC’è stato innanzitutto un nascondimento. Il genio custode dei luoghi, questa divinità che prima, nella religiosità greco-romana, permeava città, campagne, boschi, fiumi, montagne, con l’arrivo del cristianesimo è divenuta incubica, sotterranea.

Non è bastata l’invenzione dell’angelo custode (che ha sostituito il daimon dei greci) per restituirci il Genius loci. Perché il cristianesimo ha assegnato l’angelo custode solo all’uomo, unica creatura dotata d’anima, fatta a immagine e somiglianza di Dio, secondo i famosi versetti della Genesi. L’uomo, il dominatore del creato, e, secondo un altro brano della Genesi, il custode. Che poi implica comunque una superiorità rispetto al resto del creato. Ma, sappiamo bene, il creato è nato molti milioni di anni prima dell’uomo ed è vissuto bene anche senza di lui! Dunque, il Genius loci, con la nuova religione che ha messo al centro di tutto l’uomo, ha fatto un passo indietro, è tornato a celarsi nel fondo della terra e delle selve. Mentre, come sappiamo, in origine, tutto aveva anima. Ce lo dicono Platone, Plotino, Marco Aurelio, ma anche autori più tardi come Marsilio Ficino e i neoplatonici, e poi i pensatori del naturalismo mediterraneo: Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. E al centro di tutto c’era la natura, che veniva persino prima degli dei, in quanto sfondo increato, immutabile delle vicende dell’uomo. La natura era dominata da ananke, la necessità: tutto accade perché deve accadere. Così ragionando, i greci e i latini assegnavano anche ai luoghi una divinità protettrice. Essa custodiva l’integrità dei luoghi, rappresentava la loro anima, ne era l’essenza spirituale. Oggi, il Genius loci è tornato in auge presso architetti e paesaggisti come identità estetica di quello specifico luogo, per dirla con le parole di Paolo d’Angelo. Oppure come principio di individuazione del luogo stesso, secondo un concetto junghiano nato per l’uomo (che ha come scopo di realizzare se stesso) e poi applicato anche ai sui luoghi da Christian Norberg-Schulz: il luogo ha una sua vocazione che non può essere stravolta dall’architetto o dal pianificatore.

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Ninfe e Fate, creature di grande fascinazione. Cosa rappresentano nella sacralità della natura? Sono l’incarnazione stessa dei luoghi. Le fate sono storicamente seguite alle ninfe nell’immaginario collettivo. Per la mentalità greca era impossibile che l’acqua fluente o le nebbie fluttuanti su una valle, o i grandi alberi o le rupi fossero dei puri e semplici fenomeni naturali, materiali, fisici. Avevano, invece, anche un senso profondo. I greci percepivano la bellezza come qualcosa di spirituale, come l’invisibile che si cela dietro il visibile. Non si fermavano dinanzi alla realtà fenomenica. Andavano oltre. Da qui l’idea che creature come le ninfe popolassero la natura, ovunque. Le ninfe rappresentavano l’incantamento della bellezza dei luoghi. Infatti si poteva essere posseduti dalle ninfe, rapiti, incatenati, come ricorda in un bel libro Roberto Calasso. E la possessione, la mania viene direttamente dagli dei, mentre la sophrosyne, la temperanza, nasce presso l’uomo. Calasso ci ricorda come Socrate, sulle rive dell’Ilisso, rapito dalle ninfe sotto un grande platano, aveva parlato a Fedro di come, attraverso il “giusto delirare” si possa raggiungere la “liberazione” dai mali. Questa idea che la possessione, la mania, la follia possa liberarci è stata ripresa anche molti secoli dopo. Ad esempio da Erasmo nell’Elogio della follia e da Cervantes nel Don Chisciotte. È posseduto dalle Ninfe il folle che pone davanti alla saggezza la passione. Senza passione non c’è liberazione. Senza passione non c’è salvezza.

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Il maltrattamento sistematico che subisce l’ambiente, ovunque nel mondo, ha modificato la percezione del Genius lociNon è un caso che molti filosofi abbiano chiamato l’era attuale “antropocene”. Al centro di tutto c’è l’uomo, con la forza smisurata della tecnica. La tecnica è al centro della tragedia moderna. E’ attraverso la tecnica che si è compiuto il compito biblico di soggiogare il mondo. Ma è la dismisura della tecnica, la mancanza di un limite, di una misura, che ci ha condotto a questo punto. E per rispondere agli ottimisti che ancora credono che la tecnica potrà risolvere essa stessa i problemi che ha causato, dico: se davvero nell’acqua che beviamo è finita la plastica (invenzione della tecnica), come pensate che l’uomo possa salvarsi? Il dominio dell’uomo che si è fatto Dio, su tutto il creato ha obliterato quel senso del sacro (che è senso del limite e della misura, per l’appunto) che ancora i nostri contadini, intrisi di cultura greca, posseggono come una dote innata. Emanuele Lelli in “Sud antico” ha dimostrato come proprio nelle comunità contadine del Sud Italia siano sopravvissute credenze, modi di fare che ritroviamo pari pari nei testi dei grandi autori classici come Omero, Ovidio, Virgilio. Solo questa gente, che vive ancora a contatto con la realtà vera, può percepire il Genius loci. Spesso anche inconsapevolmente. Solo questa gente conosce la misura e il limite. Solo questa gente conserva il senso del sacro. Gli altri, coloro che sono prigionieri delle città, delle megalopoli (e ormai sono più di metà della popolazione mondiale), percepiscono solo una realtà virtuale, che fa credere loro nell’onnipotenza della tecnica. Da qui la grande illusione della modernità: l’uomo può fare a meno di tutto visto che tutto può essere prodotto dall’uomo. 

Qual è il “luogo dimenticato” la cui scoperta ti ha colpito di più e perché? Ce ne sono tanti. L’ultimo in ordine di tempo è la Foresta Eterna, nelle gole del Torrente Finoieri, in Sila Piccola, nel Comune di Magisano. Ci sono stato per la prima volta – nonostante 37 anni di peregrinazioni pedestri in tutta la Calabria e diciannove libri – qualche giorno fa. Vi allignano centinai di titani arborei e vi si formano decine di splendide cascate. Quello è un luogo dimenticato. Perché la gente del posto, avendo abbandonato i coltivi, le campagne, le montagne, ha finito col credere che esso non avesse più alcun valore. E lo ha rimosso, per usare un termine della psicoanalisi. Ma sto assistendo a un fenomeno curioso e dilagante in tutta la Calabria che ho chiamato “inversione topografica”. Dopo che dei forestieri come me sono andati a riscoprire i luoghi dimenticati vicino ai paesi, si assiste a una sorta di pellegrinaggio della gente dei paesi stessi che si riappropria di quelli che erano i luoghi dei loro avi, i paesaggi interiori di intere comunità. Ovunque vedo un fiorire di gruppi, associazioni che riprendono a percorrere i vecchi sentieri abbandonati dai contadini, dai pastori, dai carbonai, e si recano a riscoprire l’anima dei luoghi.  

 

 

Tutti possono percepire il Genius lociNo di certo. Occorre un profondo cambiamento interiore. Bisogna vedere le cose col cuore, perché l’essenziale è invisibile con i soli occhi, come scrive Saint-Exupery ne Il Piccolo Principe.  Abbiamo bisogno di cuore e d’anima. Per troppo tempo siamo stati abituati a valutare tutto in base al suo valore economico. Abbiamo dimenticato che le cose anche una dignità, che i luoghi hanno valore, che il mondo è un grande essere animato e senziente. 

H - I3371. Le rovine di Amendolea, sulla fiumara omonima (costa ionica meridionale). Ph F. Bevilacqua

Amendolea

 

I - LB344. I Laghi La Vota visti dalla Torre di Capo Suvero (Golfo di Sant'Eufemia). Ph F. Bevilacqua

I Laghi La Vota visti da Torre di Capo Suvero (Golfo di Sant’Eufemia)

  • Foto Archivio Francesco Bevilacqua

 

 

 

*Sull’argomento, per Connessioni, anche l’intervista a Giancarlo Vianello: Saturnia Tellus, l’anima mundi e il pensiero post-moderno

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