L’uomo e il cane nella letteratura medievale

Definire il ruolo del cane nella letteratura medievale italiana non è semplice, perché entrare nel mondo del Medioevo può significare immergersi nell’universo dell’immaginario, della fiction e della menzogna (….). In tutto questo il cane è rimasto fedele, rassegnandosi alla storia dell’uomo e alla Bellezza di ogni sua arte. Un’attesa messianica, in cui il cane rimanda anche di morire, come Argo per Ulisse, pur di realizzare l’unico scopo della sua esistenza: rivedere il suo compagno umano un’ultima volta ancora.

 

Marco Iuffrida, dottore di ricerca in Storia Medievale, è autore del saggio Cani e uomini – Una relazione nella letteratura italiana del Medioevo (Rubbettino 2016). Studioso dell’interazione uomo-animale, partecipa al dibattito e alla ricerca internazionale. Lo abbiamo intervistato sull’argomento. 

A parte la caccia, quale è il mezzo che nel Medioevo amplifica e solidifica il rapporto uomo-cane? In quel periodo quali altre espressioni rintracciamo di questo legame e in quali testi lo verifichiamo? Quello tra uomo e cane è un connubio che ha percorso la storia e che dura tutt’ora. Come noi, oggi, non possiamo ridurre la compagnia del cane a semplice “moda”, tanto meno possiamo farlo per epoche come il Medioevo e il Rinascimento. La presenza del cane nella vita quotidiana del tempo non si ferma certo all’impiego di questo animale in attività come la caccia. In quei secoli emerge – ma è un processo che parte migliaia di anni prima – un forte sodalizio “sacro” del cane con molte religioni.

L’agiografia medievale, ad esempio, racconta di come la Chiesa abbia elevato il cane a nuovo testimonial di fede: questo raccontano le vite di personaggi come Cristoforo Cinocefalo (un santo con la testa di cane), di Guinefort, il santo levriero; il cane è poi protagonista delle vicende di santi come Bernardo di Clairvaux e Rocco, la cui iconografia prevede la presenza di un cagnolino. Nel Medioevo si arrivò persino alla “canonizzazione” ufficiale del cane come fedele difensore di Dio. È il caso dei domini canes, i “mastini” del Signore, soprannome attribuito ai frati predicatori di San Domenico di Guzmán.

Nel Medioevo ritroviamo l’esempio assoluto di San Francesco, che realizzò un rapporto con gli animali fatto di armonia, simbiosi, quasi, certo opposto alla pratica della caccia. Possiamo dire che sia stata la santità di Francesco a condurlo su questa strada o possiamo definire la sua azione come quella di un “precursore” degli animalisti moderni anche in senso “laico”, umano? A dire la verità San Francesco d’Assisi non fu il primo santo a tendere la mano verso il mondo non-umano del Creato. Esistono infatti, fin dall’alto Medioevo, storie di santi “pre-francescani” in cui si racconta di eremiti che, ritirandosi dalla vita comunitaria – come Cristo nel deserto – si trovano a intrattenere relazioni di amicizia con animali e addirittura a difenderne i diritti. È il caso di Cuthbert di Lindisfarne, santo del VII secolo che dalla storiografia viene definito come il primo avvocato degli animali. Inoltre, secoli prima di Francesco, accade qualcosa di molto interessante: nella letteratura cristiana la caccia con i cani assume un ruolo simbolico positivo e vicino all’ideale di redenzione. Sì, può apparire ambiguo quello che dico, ma si tratta di un concetto di caccia “pacifica” al male e che si esplica in racconti unici, dove il cane aiuta metaforicamente l’uomo e rincorrere la giusta preda, la Verità e dunque il senso ultimo della vita. San Francesco, quindi, nel pieno del Medioevo non fa che rinverdire il legame sovrastorico dell’uomo con gli animali. 

 

Quali scritti, relativi agli animali,  lo hanno maggiormente colpito nella sua ricerca e perché? Tra le fonti letterarie che ho analizzato quelle che mi hanno colpito maggiormente sono state le cronache medievali dei pellegrini in Terra Santa, perché forniscono notizie, tra l’altro, sul modo di interagire dell’Islam con gli animali. Simone Sigoli, fiorentino del XIV secolo, descrive il suo viaggio verso il Santo Sepolcro e colpisce il resoconto da lui fatto sulle costumanze delle donne islamiche nel momento in cui si sposano. La tradizione dell’islam vorrebbe – così riferisce il pellegrino toscano – che la donna si unisca col marito la prima notte di nozze, in presenza delle damigelle della sposa: non damigelle qualunque ma donne che sappiano decorare i levrieri, suggestivo corredo del variopinto matrimonio musulmano. È una immagine pittoresca e Sigoli esagera nel presentare gli uffici attribuiti alle dame della sposa; è probabile, infatti, che solo le unghie delle mani e dei piedi venissero tinte di rosso durante la cerimonia del bagno. Ma rimane suggestivo immaginare che levrieri e caprioli, ma anche uccelli e altri animali, potessero compartecipare a questo arcobaleno di festeggiamenti nuziali.

Come continuerà la sua indagine sul rapporto uomo-animale? In questo periodo sto lavorando su nuove ricerche storiche. Ma continuo a studiare la storia del mondo animale prendendo parte al dibattito internazionale. Credo proprio che questo argomento non smetterà di appassionarmi perché, in fondo, la conoscenza degli animali presuppone lo studio dell’uomo: la parola animale, d’altronde, non significa altro che «essere dotato di un’anima», elemento che accomuna l’identità di noi umani a quella di tutti gli altri esseri viventi.

cane_1

Carte da gioco – Stoccarda 1430

 

Immagini, dall’alto in basso:

accanto alla cover, La preparazione del formaggio – Tacuinum Sanitatis, XIV sec.

Kongelige Bibliotek, Gl. kgl. S. 1633 4º, Folio 18r.

 

 

 

 

 

 

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