“Racconto i popoli ai margini”: la montagna e le minoranze nei libri di Criaco

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Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco

Sto per riprendere il cammino, sento nuovamente quel verso, lo stesso che ho sentito durante la tormenta di neve, è solo più acuto e prolungato della volta precedente. Deve essere vicinissimo. Non c’è dubbio è l’ululato di un lupo. Poi lo vedo. Esce dal bosco, entra nel sentiero e si ferma in mezzo al passo. Distinguo nitidamente i suoi grandi occhi gialli. È una bestia magnifica, con piedi e testa giganteschi. Lancia un altro ululato e corre via. (La memoria del lupo, Gioacchino Criaco, in L’Agenda ritrovata, sette racconti per Paolo Borsellino, Feltrinelli 2017)

«L’Agenda è un viaggio di ritorno che mette in fila le certezze di una vita e le trasforma in dubbi. “Ho fatto la scelta giusta?” è la domanda che si pongono i protagonisti della mia storia. E il dubbio, secondo me, riportava a casa della madre il giudice, che ne usciva rafforzato, convinto». Gioacchino Criaco, insieme a Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva ed Evelina Santangelo, è uno dei sette autori per Borsellino, nell’opera curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano per Feltrinelli. A 25 anni dall’uccisione del magistrato e della sua scorta, un progetto voluto dall’associazione culturale L’Orablù di Milano, per ricordare e riflettere. La famosa agenda rossa di Borsellino sparì misteriosamente subito dopo l’attentato del 19 luglio 1992. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. L’Agenda ritrovata, simbolicamente, ha viaggiato da giugno a luglio di regione in regione, in una ciclo-staffetta della memoria, su terreni scomodi, accidentati e tortuosi. Un cammino a tappe fino all’arrivo a Palermo il 19 luglio. Quella raccontata per l’occasione da Criaco è una storia di mistero e introspezione, sospesa tra il sogno e il ricordo, nella ricerca dell’autenticità delle proprie radici. Con lui parliamo di storie e di scrittura.

Da Anime nere a Zefira e American Taste (Rubbettino), fino a Il Saltozoppo (Feltrinelli). Dove va ora la narrazione di Gioacchino Criaco? Fortunatamente appartengo a un posto, l’Aspromonte, con una storia così vasta, che prenderne spunto narrativo diventa una scrittura infinita. Racconto l’epopea del popolo della montagna, una minoranza oggi ai margini, e racconto il mondo visto con gli occhi di chi è minoranza.

Chi sono i tuoi lettori e cosa li affascina delle tue storie? Affascinano i misteri, i miti, le determinazioni di una civiltà sconosciuta. Sorprende l’esistenza di un microcosmo così complesso, arcaico e per certi versi ultramoderno, che se ne sta al centro del Mediterraneo e nel cuore dell’Occidente. Racconto col metro della favola, e le fiabe sconfiggono le barriere generazionali, attraggono a ogni età.

Guardando ora da lontano, a distanza di tempo, la realizzazione del film Anime nere tratto dal tuo romanzo e diretto da Francesco Munzi, cosa pensi e cosa senti? Continua a essere una favola che produce favole per tutti quelli che vi hanno contribuito. Un’impresa di pazzi, fatta dai pazzi della Locride.

Come si svolge il tuo lavoro ai romanzi? Le mie storie nascono in testa, con una scrittura invisibile: inizio, prosecuzione e fine. Quando le concludo le batto sulla tastiera. Al computer, quindi, ci sto il tempo necessario alla trasposizione. Arrivo alla fine, istintivamente, e solo dopo rivedo e correggo.

Un consiglio per chi scrive. La sincerità, se si punta a un pubblico di lettori veri.

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Consiglia tre classici e tre libri recenti da leggere assolutamente. La famiglia Montalbano di Saverio Montalto, I beati Paoli di Lugi Natoli, Il richiamo della foresta di London, Il prezzo della carne di Mimmo Gangemi, La logica del desiderio di Giuseppe Aloe e La strada di Cormac McCarthy.

*Le foto in bianco e nero sono di Mario Varano

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