Le petit juge di Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi

Mimmo Gangemi nel suo studio, a Palmi – foto Pino Mangione

Il giudice “meschino” Alberto Lenzi conquista i lettori francesi. Da poco è uscito oltralpe il terzo episodio. «In Francia si legge più che in Italia e il noir è riuscito a ottenere i “gradi letterari” che ancora qui non vengono riconosciuti appieno» dice lo scrittore calabrese.

“Le petit juge”, così lo chiamano in Francia il suo “giudice meschino”, uomo della legge alla ricerca di inquietanti verità passando attraverso i più oscuri anfratti del crimine. Indolente, indisciplinato, amante delle belle donne, solo apparentemente distratto rispetto all’intrecciarsi di vicende a metà tra il poliziesco e il thriller. E i transalpini, maestri del genere, se ne sono innamorati. Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera francofona: un mercato estero di tutto rispetto per Mimmo Gangemi, tradotto e pubblicato dalla parigina Editions du Seuil, tra le più prestigiose case editrici francesi.

La revanche du petit juge, uscito nel 2015 (in Italia, Il giudice meschino, Einaudi), è stato finalista nel 2016 al premio Toulose; poi Le pacte du petit juge (Il patto del giudice, Garzanti), nel 2016; ora La verite du petit juge (La verità del giudice meschino, Garzanti), uscito ai primi di aprile. Con il “giudice” lo scrittore calabrese è stato ospite lo scorso anno al Quais du Polar di Lione, il più famoso festival di noir nel mondo, con De Cataldo, Donato Carrisi e Sandrone Dazieri; poi ha partecipato alla Comedie du livre, a Montepellier, evento dedicato agli autori italiani tradotti in francese, infine al Festival du Polar di Villeneuve lez Avignon.

Come è stato accolto Mimmo Gangemi dal mercato francese? I lettori francesi hanno scoperto il noir italiano, forse trascurato a lungo, e se ne sono appassionati. Oggi si nota il grande interesse che lo circonda, con inviti ai Festival, richieste di interventi a tavole rotonde, attenzione dei media. La mia serie de Il giudice meschino procede bene, l’ambientazione e i personaggi sono graditi al pubblico. Ho scoperto che la regola è: primo libro pubblicato, il secondo in genere anche, il terzo solo se i precedenti due hanno funzionato e avuto riscontri positivi. Siccome sono al terzo… In Francia si legge più che in Italia e il noir, da noi forse un po’ snobbato, tira molto, è riuscito a ottenere i “gradi letterari” che ancora qui non vengono riconosciuti appieno. Nei festival francesi, gli scrittori si sistemano all’interno degli stand organizzati dalle case editrici o dalle librerie, con una pila di libri davanti. I lettori sfilano da fuori, fermandosi a guardare le opere, sfogliando pagine, comprando infine e chiedendoti la dedica. Non succede in Italia. Provavo impaccio all’inizio, perché non sai dove guardare, se metti gli occhi addosso al tizio che sta rigirando tra le mani il tuo romanzo pare che lo invogli a comprarlo, se guardi altrove pensi lui possa credere che tu lo ignori. L’impaccio l’ho presto superato e ho trovato alla fine gradevole questo mostrarsi, quasi in vetrina, dell’autore al lettore, il rapporto diretto e l’interfacciarsi.

mimmo_gangemi in francia

Alla alla Comedie du livre, a Montepellier, con Paola Barbato, Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo, Luca Poldelmengo

Cosa amano i francesi del giudice “meschino” Alberto Lenzi? Da noi un successo editoriale ma anche televisivo, grazie all’omonima fiction con Luca Zingaretti. Credo che sia piaciuto in generale il personaggio “particolare”, femminaro, svogliato, istrionico e dissacratorio certe volte, altre attivo e caparbio. So, per averlo ascoltato dai lettori e per averlo letto sui giornali francesi, che gradiscono molto il Circolo Vincenzo Spatò, le chiacchiere che lì si fanno, il “coro greco” che, attraverso le interminabili discussioni tra i soci, finisce per diventare una rappresentazione dei mali che affliggono la nostra società, per incarnare quella sottocultura e, a voler essere benevoli, quell’apatica indifferenza che consentono alla ’ndrangheta di continuare a resistere, anche di prosperare. Ne La verite du petit juge, uscito il 6 aprile, ci sono circa settanta pagine in più rispetto alla versione italiana. Tutte riguardano il Circolo Vincenzo Spatò. In questo modo sono andato incontro al gusto dei lettori francesi e ho nello stesso tempo accontentato il mio animo, non mi era infatti piaciuta l’idea, suggerita e subita, accolta a malincuore, di limitare a poche battute le conversazioni nel Circolo, perché erano le pagine che apprezzavo di più, pur nella consapevolezza che non contribuivano granché al racconto ma solo a inquadrare meglio l’atmosfera entro cui ci si muove. E non mi pare un caso che la prima recensione importante avuta in Francia apprezzi molto le aggiunte e non riesca a spiegarsi le motivazioni che mi indussero a eliminare parti che aggiungono sapore al romanzo. Insomma, sono molto più contento di questo risultato ampliato che di quello italiano.

con deon meyer

Gangemi con lo scrittore sudafricano Deon Meyer

Ci sono differenze tra editoria italiana ed editoria francese? Il mondo dell’editoria mondiale credo che negli ultimi decenni si sia molto sbilanciato a favore dell’aspetto commerciale e quindi del guadagno, e a discapito della qualità. Mi spiego: importa sempre meno il valore di un’opera, importa di più che venda; certo l’optimum sarebbe un libro di valore che spacchi con le vendite, ma ormai succede di rado. Io capisco che si tratta di aziende che devono far quadrare i bilanci, talvolta sopravvivere. Qualcosa però si è guastato con lo sbilanciamento in direzione del profitto e contro la qualità. E questo sta succedendo in modo drammatico un po’ ovunque. In Francia, meno. In Italia, di più. Così, capita che in una terra che non legge – e si limita magari a dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti – assumano spessore letterario scrittori o narratori molto lontani dall’aver titolo a fregiarsene. Non nascondo che me la sono presa talvolta, non si trattava d’invidia verso il successo commerciale, non ne valeva e non ne vale la pena, piuttosto disturbo per un altro segno del degrado culturale verso cui s’inabissa sempre più la nazione. E mi consolo da me: so che un’opera come La signora di Ellis Island, pubblicato da Einaudi, osannato capolavoro – ma credo che il termine sia esagerato – sia dalla critica che dai lettori, mi sopravviverà, e sopravviverà al tempo. E infatti, a oltre sei anni dall’uscita, è ancora il mio romanzo che più vende.

Quale dei suoi libri vorrebbe vedere tradotto ora? Il mio sogno è che venga tradotto proprio La signora di Ellis Island. Per la Francia ci sono discrete possibilità, si sta valutando a riguardo. Trattandosi di una saga con dentro tanta emigrazione verso la Merica, compreso il viaggio per mare, a traversare l’oceano – ho scoperto che nella narrativa sono l’unico in Italia ad averlo trattato, nel cinema lo si è affrontato invece, con Crialese per esempio – la soluzione ottimale sarebbe che uscisse in inglese, per il mercato americano. C’era stato un avvicinamento in questo senso di un editore statunitense. Si sono perse le tracce. Ma non dispero.

Mimmo Gangemi

Foto Pino Mangione

Secondo i dati Aie, gli stranieri, francesi e tedeschi in testa, preferiscono i libri gialli e i noir, anche provenienti dall’Italia. Perché questo genere è così amato dai lettori? Io per la verità riconosco la mia colpa d’averlo sempre ritenuto un genere minore, d’evasione, senza vere velleità letterarie, tranne rare eccezioni. Scrivere noir era per me staccare la spina, allentare la tensione e la mente dopo aver completato un libro diverso e che consideravo più importante: un romanzo storico, i miei tentativi di realismo magico, specialmente le saghe familiari contadine, queste sempre ritenute di più ampio respiro, con il mondo degli umili che si affanna a entrare a far parte della storia che finora li ha solo sfiorati o colti vittime. Un po’ mi sono ricreduto e ho rivalutato il genere. Per rispondere: semplicemente gli stranieri sono giunti prima di noi a quest’idea e tendono a farsi piacere opere più leggere, perché facili alla lettura, perché l’intrigo intriga.

È in arrivo un altro capitolo del “giudice meschino”. Possiamo anticipare qualcosa? Sì, sto lavorando al quarto giudice meschino. Ormai io e i miei personaggi ci conosciamo troppo bene. Loro tendono a prendermi la mano e a deviare, a condurmi per rivoli, io li riporto sulla fiumara. E conviviamo. Questo quarto episodio ricalca molto l’attualità. Chiarisco: ancora storie inventate e tuttavia verosimili, di più anzi, storie che in qualche misura la cronaca di questi mesi ha reso attuali, mentre io scrivevo ignaro. Sono stavolta due diverse indagini, condotte in parallelo e che si incroceranno alla fine. Una la affronta Alberto Lenzi. L’altra, don Mico Rota, il capobastone della ’ndrangheta, insidiato nel suo potere finora indiscusso. Non dico altro sulla trama. Aggiungo solo che c’è parecchio Circolo Vincenzo Spatò.

cover_gangemi_francia

Tra i libri di successo pubblicati da Mimmo Gangemi ricordiamo inoltre Il prezzo della carne, edito da Rubbettino, un noir tra i vicoli scuri di un paese taglieggiato e tenuto sotto scacco da un branco di cani sciolti, e Un acre odore di aglio, edito da Bompiani, una saga familiare che attraversa i mutamenti epocali dell’Italia post-unitaria.

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