La figlia del Maresciallo, un racconto di Francesco Perri

Erano ricevitorie di terza classe che emettevano sì e no una quarantina di vaglia all’anno, e dove i contadini si recavano dal ricevitore con un paio di scarpe grosse in un pacco, chiedendo che venissero spedite per telegrafo. (…) Se dovessi narrarvi le avventure comiche che mi capitarono durante quelle visite, potrei comporre un libro: ma voglio invece narrarvene una tragica.

buono postale anni trenta

Tutto nel breve spazio di poche cartelle dattiloscritte. Tutto in pochi sapienti tratti narrativi. E ogni personaggio appare vivido e compiuto, così come la storia raccontata. La figlia del maresciallo di Francesco Perri (Careri, 1885 – Pavia, 1974) uscì sulla Domenica del Corriere nel 1930. In quell’anno Perri, che viveva a Milano, aveva già perso il lavoro alle Poste con l’accusa di antifascismo e il suo romanzo sulle rivolte in Lomellina, I conquistatori, era stato bruciato in pubblica piazza, a Roma. Intellettuale militante, lo scrittore subì processi e patì il carcere, ma mantenne sempre una straordinaria coerenza di idee, sempre dalla parte dei più deboli, tanto nella sua terra natia quanto al nord. E sempre continuò a raccontare la Calabria, in pagine e pagine dense di impegno civile e di intenso lirismo.

Soprattutto, raccontò quella striscia di terra sul lato ionico, con «il mare a pochi passi, e la montagna di contro» e tanti piccoli paesi disseminati dalle alture alla costa. Come quello di cui narra in questo racconto breve, stavolta non luogo di rivolte intrise di rabbia e fame, né di dolorose partenze in cerca di un’America sognata e, spesso, mai incontrata, ma scenario di amore e morte, di passione estrema che sfocia nel sangue. Perri non ci indica il posto con esattezza, e non ci dice neppure i nomi dei protagonisti della vicenda, ma non ce n’è quasi bisogno: il paesaggio è come dipinto ai nostri occhi, e della “figlia del maresciallo”, come del “ragazzone diciottenne” che l’aiutava a gestire il piccolo ufficio postale, possiamo intuire molto più di quanto l’autore ci dica. Un racconto dentro cui ritroviamo tutto lo spirito di uno dei più significativi passaggi di Emigranti, il romanzo con cui nel 1927 vinse il prestigioso premio Mondadori: «Anch’essa, l’anima calabrese, è piena di contrasti. Profondamente, e quasi violentemente buona, ha delle singolari aridità. Tutti i buoni frutti del cuore, dalla ospitalità alla fedeltà, dalla devozione al sentimento della famiglia, dalla resistenza al dolore all’abnegazione, all’eroismo, in essa fioriscono spesso con un profumo di poesia soavissimo. Eppure la vita dei calabresi è triste, dolorosa, angusta, come il paesaggio che, pur avendo tanti elementi di bellezza, non sembra bello, o la sua grazia vela di una profonda e dolorosa malinconia».

LA FIGLIA DEL MARESCIALLO

di Francesco Perri (Domenica del Corriere, 1930)

francesco perri

Quando ero ispettore nell’Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi, e prestavo servizio in Calabria, la cosa più penosa per me era visitare i piccoli uffici sperduti nei villaggi dell’interno, su per le pendici dell’Appennino. Erano ricevitorie di terza classe che emettevano sì e no una quarantina di vaglia all’anno, e dove i contadini si recavano dal ricevitore con un paio di scarpe grosse in un pacco, chiedendo che venissero spedite per telegrafo. I ricevitori erano ordinariamente ex carabinieri o guardie di finanza in pensione, i quali dentro l’ufficio di consueto tenevano circolo, bevendo in inverno del vino, e nell’estate delle granite con sciroppo di more, e intavolando discussioni di politica estera che avrebbero fatto crepare di invidia il conte di Cavour. A quegli uffici non si arrivava che a dorso di mulo, il quale poi normalmente non era un mulo ma un asino, uno di quegli asinelli bruni, piccoli e animosi, che spesso laggiù costituiscono la sola ricchezza di una famiglia, e che bisognava noleggiare insieme al padrone. Il bello è che quando più io sicuramente credevo di giungere di sorpresa nella ricevitoria che andavo a visitare, trovavo invece la moglie del ricevitore che sbudellava un pollo per cucinarmelo a pranzo. Avveniva questo che gli asinai della marina, i quali mi riconoscevano tutti lontano un miglio, quando mi vedevano arrivare, la prima cosa che facevano era quella di avvertire il ricevitore del luogo. Questi a sua volta lanciava sull’ali del telegrafo una specie di allarme: “Ispettore in vista!” agli otto o dieci uffici più vicini, e la mia sorpresa era sfumata. Se dovessi narrarvi le avventure comiche che mi capitarono durante quelle visite, potrei comporre un libro: ma voglio invece narrarvene una tragica.

Mi era stato segnalato dalla ragioneria provinciale un sospetto di irregolarità nel servizio risparmi dell’ufficio di C., piccolo borgo a circa sette chilometri dalla ferrovia, e allora io pensai di fare a quella ricevitoria una visita di sorpresa. Una mattina di aprile partii con il diretto, e alle 8 e 40 ero già sceso alla stazione ferroviaria più vicina, per recarmi all’ufficio che era meta del mio viaggio. Per non essere segnalato pensai di fare la strada a piedi, anche perché era bella: una strada carrozzabile che saliva con interminabili curve tra poggi di ulivi e orti e campi di grano che in quella stagione rallegravano il cuore a vederli. Mi cacciai la borsa di cuoio sotto il braccio, attraversai quasi di corsa il paese, e via.

guerrazzi_albero

Albero, Vincenzo Guerrazzi

Procedendo allegro sotto gli ulivi e le querce che circondavano la strada, pensavo alla ricevitrice dell’ufficio che andavo a ispezionare, e mi pareva impossibile che quella donna avesse potuto commettere delle scorrettezze. Era una donnetta sui trentacinque anni, figlia di un maresciallo di finanza che morendo – erano già quindici anni – le aveva lasciato l’ufficio come unica ricchezza. Delicata di corpo, pallida, pareva malata, certamente non poteva dirsi bella, ma aveva magnifici capelli neri, una faccia graziosa, affilata, con un sorriso dolcissimo, e un paio di occhi pieni di una luce interiore così intensa, che quando li fissava in volto a qualcuno pareva lo attirassero e lo riscaldassero con quella loro bellezza magnetica. In paese era amata da tutti perché era buona, servizievole e faceva da segretaria alle mogli degli “americani” e alle famiglie che avevano figliuoli sotto le armi. In ufficio era coadiuvata da un supplente, un ragazzone diciottenne che, pur avendo fatto soltanto la terza elementare, aveva una bellissima calligrafia, e aveva imparato il telegrafo e la contabilità in maniera perfetta. “Che sia quel ragazzo”, dicevo tra me, “ad avere combinato qualche pasticcio? La ricevitrice non mi pare capace.”

Feci la strada senza quasi accorgermi, in poco più di un’ora, e già alle nove e mezzo ero in vista del paese. L’ufficio era nella prima casa arrivando davanti all’edificio municipale, dentro un orto circondato da muri a secco e siepi di fichi d’india. Quando vi giunsi mi accorsi, con mia grande sorpresa, che la strada era piena di gente. Alcuni entravano e uscivano in fretta dalla porta dell’ufficio, davanti alla quale si vedevano rigidi e impalati due carabinieri. In un primo tempo pensai ad un furto, poi udii ben distinti il corrotto di una donna che ululava come una forsennata. La folla si accalcava atterrita, allungava il collo per vedere dentro, e gesticolava. Non appena mi videro giungere, con la mia borsa sotto il braccio e la mia faccia di persona forestiera, mi fecero largo immediatamente mormorando: – Il giudice, il giudice… – Mi avevano scambiato per il giudice istruttore. I carabinieri di guardia alla porta, mi lasciarono entrare con un inchino deferente.

– Che cosa è successo? – chiesi ad uno di essi prima di attraversare il piccolo corridoio che divideva il posto adibito al pubblico dall’ufficio propriamente detto.

– Un omicidio, signor giudice – mi rispose il carabiniere interrogato.

– Un omicidio? E chi l’ha commesso? 

– La ricevitrice postale…

Stava per dirmi dell’altro quando, da entro l’ufficio, venne fuori un brigadiere dell’arma, che, vedendomi, mi fissò interrogativo e perplesso.

 – Scusi brigadiere – dissi io, avvicinandomi – sono un ispettore delle poste in visita.

– Ah, venga, venga – fece il brigadiere – lei giunge a proposito: stavamo facendo proprio la verifica dei valori.

– Ma che cosa è successo?

– Un omicidio, cavaliere, la ricevitrice ha ucciso il supplente con un colpo di tagliacarte alla gola.

Quando volli entrare nell’ufficio una cosa orribile mi arrestò alla soglia: sul pavimento, entro una larga pozza di sangue in parte raggrumato, con le gambe sotto il tavolo del telegrafo e la testa sui mattoni, in mezzo alla stanza, il giovane supplente giaceva con uno squarcio sul lato destro, alla radice del collo. Sul tavolo da lavoro, accanto ai bolli e alle bilance, era una cassettina senza coperchio, con dentro alcune centinaia di lire, del rame e pochi francobolli sparpagliati in mezzo alle monete.

– Quando è avvenuto l’omicidio? – domandai al brigadiere.

– Una mezz’ora fa. Il morto è rimasto lì, dov’è caduto, per le costatazioni di legge.

– E la signorina dov’è?..

– In camera di sicurezza, nella casa comunale.

– E il motivo del delitto?

– Non siamo ancora riusciti a strapparle una parola, cavaliere – mi disse il brigadiere – molto probabilmente avrà commesso insieme al morto qualche pasticcio contabile. Vedrà lei adesso, verificando i conti.

– E se io la interrogassi, prima di verificare? – dissi io – Potrebbe darsi che a me dica qualche cosa.

– Anzi! L’idea mi pare eccellente – fece il brigadiere – Andiamo insieme.

Assicurammo nel cassetto del tavolo quel poco di danaro che era stato rinvenuto, e ci recammo in municipio. Quando mi vede entrare col brigadiere nella camera di sicurezza, la ricevitrice balzò in piedi con un urlo angoscioso, dilatando straordinariamente quei suoi grandi occhi magnetici, poi si accasciò ancora rompendo in singhiozzi. Le dissi, avvicinandomi e mettendole le mani sui folti capelli neri che un po’ disordinati le cadevano sulla nuca: – Che cosa ha fatto?

Quella levò la testa, e mi fissò con uno sguardo angosciato e supplichevole che pareva dicesse: “Perché me lo domanda se lo sa già?”

 – Ma perché lo ha fatto? – le chiesi ancora.

Per qualche minuto i suoi singhiozzi diventarono irrefrenabili. Poi si calmò e mi disse: – Signor ispettore, desidero rimanere sola con lei, le dirò tutto.

Quando fummo soli cominciò a narrare, con gli occhi asciutti, febbricitanti, che per la loro bellezza facevano un singolare contrasto con la sua piccola gracile persona.

–  Lei sa, cavaliere – mi disse – che io sono figlia di militare. Prima alle dipendenze di mio padre, e poi sola, da oltre vent’anni sono in questo ufficio e non ho mai dato luogo a lagnanze. Gl’interessi dell’amministrazione mi erano più cari dei miei interessi. Quando quel disgraziato mi chiese di accettarlo come supplente io lo feci a malincuore. Una voce interna mi diceva che sarebbe stato la mia rovina. E lo fu difatti per sua e per mia perdizione. Lei lo conosceva: era un ragazzo tanto simpatico, stava tutto il giorno con me in ufficio, e … aveva per me delle attenzioni che non aveva avuto mai nessuno. Io ero sola al mondo, senza parenti, senza affetti, considerata da tutti come una cosa da nulla, una macchina da lavoro. Quel ragazzo fu il solo che non si vergognò di dimostrarmi un po’ d’amore. Forse era un calcolatore che lo faceva per sfruttarmi, ma chi può fare di questi ragionamenti a un povero cuore di donna, che si sa condannata alla solitudine? Egli era bello e quasi bambino, io ero più vecchia di lui: davanti alle sue carezze perdetti la testa e mi abbandonai a lui interamente. Da un paio di anni a questa parte tutti i miei risparmi li mangiava lui, vestiva bene, fumava tutto il giorno, ed io ero felice. Mi bastava vederlo. Se qualche volta tentavo di protestare, con uno sguardo mi rendeva silenziosa… A un certo punto ebbi la sensazione di essere completamente nelle sue mani, che se avesse voluto mi avrebbe indotta a rubare, a commettere qualunque delitto. Ne fui spaventata, ma non potei reagire: ero completamente schiava della mia passione. Un giorno mi accorsi che, durante una mia breve assenza, egli aveva falsificata una cedola sopra un libretto di risparmio. Mi ribellai, minacciai di denunciarlo, ma la mia ribellione svanì davanti alle sue carezze. Così mi resi complice di lui, falsificai a mia volta la contabilità, sperando di raggranellare il danaro e rimettere tutto a posto. Se avessi avuto qualche mese di tempo, l’avrei fatto certamente, perché mi privavo anche del mangiare per riuscirvi, ma questo tempo non l’ebbi. Questa mattina, qualche minuto prima di aprire l’ufficio, fui chiamata al telegrafo d’urgenza. Risposi e, quando mi fu annunziato che lei era diretto qui, credetti mi mancasse il terreno sotto i piedi. Lui era ancora a letto: lo chiamai, gli dissi della sua visita e quello… ah, signor ispettore, che cuore hanno gli uomini!…. quello si vestì in fretta e tentò di scappare via dall’ufficio per lasciarmi sola. Allora io mi sono vista perduta: denunciata, arrestata, privata del posto, alla mia età, senza nessuno al mondo, senza la possibilità di lavorare, data la mia salute disgraziata; perdetti la testa e…

Nascose il volto tra le mani singhiozzando disperatamente. Davanti a questa narrazione dolorosa, io rimasi un istante in silenzio, oppresso dalla pietà e da un senso di angoscia. Poi il burocrate che era in me riprese il sopravvento e domandai:

– E mi dica un po’, signorina, a quante migliaia di lire ammontano gli ammanchi nei risparmi?

– Migliaia di lire? – mi rispose quella sbarrando gli occhi – ma nessun migliaio di lire, signor ispettore… una semplice cedola di trecento lire. E quello è tutto. Verifichi pure e vedrà…

E si mise a singhiozzare disperatamente. Poi alzò la testa e soggiunse: – Lo dica, signor ispettore, che solo quando mi faranno la causa, che solo per trecento lire io ho fatto quello che ho fatto. Sarò una disgraziata ma non una ladra. Sono figlia di un militare.

I giurati sei mesi dopo la mandarono assolta.

Si ringrazia Giulia Perri, nipote dello scrittore, per aver gentilmente offerto il racconto per il blog.

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