Michele, l’altro

di Gioacchino Criaco*

Michele l’altro non l’Intenditore. Sembra uno scherzo da romanzo di serie c, Michele e il suo opposto. Quello che vince sempre e quello che per vincere deve sacrificare tutto. “Michele l’intenditore” era il protagonista di uno spot in coda agli anni Ottanta: l’uomo di successo che della vita conosce ogni risvolto, bello, simpatico, sportivo, manageriale. Il vincente figliato dallo yuppismo che il tempo di un brindisi alcolico e s’intorta la gattaviva belloccia e di successo, anche se sposata. E “Michele l’altro”, quello dei giorni nostri, di Udine, che ai giorni nostri ha fatto una pernacchia. Opposti che non si attraggono e soprattutto non si comprendono. Michele l’intenditore non è mai morto, all’edonismo reaganiano è succeduto il rampantismo cinico berlusconiano e Michele ha sprofondato le sue radici nella società, ne è il rappresentante tipo, il protagonista: oggi è un Michele in politica, Michele che scrive, che si dedica all’ambiente, sfila, fa i giornali e li raccoglie pure, dal cassonetto della spazzatura. E tutti sono degli intenditori. Se no, sono “altro”, e non è per nulla una questione di esigenze materiali, che per quante ce ne sono state nel passato, altrimenti, l’umanità sarebbe quasi tutta al cimitero. E la cosa più terribile, a leggere o a sentir parlare del suicidio del ragazzo di Udine, è l’incapacità di vedere cosa c’era nel suo tormento lucido. Lo capiscono in pochi, e di sicuro perché anch’essi sono altri. E quelli che non lo capiscono, anche se inconsapevoli, sono “intenditori”, perché se ne intendono davvero se pensano che Michele abbia tagliato la corda per la precarietà del lavoro o per codardia. Lo so che mi sopravvaluto ma credo, e spero, di non intendermene, e penso che a Michele questa società faceva semplicemente schifo, sentiva di non appartenerle, perché è mossa da meccanismi competitivi, freddi, immorali. Un conglomerato umano totalmente anaffettivo in cui si dice ti amo, ti voglio bene con la fretta necessaria per potersene dimenticare più velocemente. Michele non aveva paura tanto della precarietà lavorativa quanto di quella affettiva, non si sentiva un genio incompreso o la vittima di un complotto. Lui ha analizzato lucidamente il mondo che lo circondava e l’ha rigettato. Di questa roba qua non ha voluto più farne parte. E il fatto che veramente in pochi ne abbiano compreso il motivo, gli dà ragione anche da morto.

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Campo di grano con volo di corvi, Van Gogh

*Gioacchino Criaco, scrittore, è autore dei romanzi Anime nere (da cui Francesco Munzi ha tratto l’omonimo film premiato con 9 David di Donatello), Zefira, American Taste (tutti editi da Rubbettino), Il salto zoppo (Feltrinelli)

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