Dalle nebbie padane le “creature” di Rambaldi

008Vigarano Mainarda, nella Pianura Padana, a pochi chilometri da Ferrara, «un pugno di case senza pretese, dall’apparenza ingenua, timida e quasi fiabesca». È qui che nasce, il 15 settembre 1925, Carlo Rambaldi, figlio di Valentino, il miglior meccanico del paese, e Maria Taionini, la bellissima figlia del sarto. Un piccolo borgo che, nella poetica descrizione del figlio Victor, già ci porta dentro quell’aura di magia che ha illuminato l’eccezionale percorso artistico del maestro del cinema mondiale. È qui che Carlo, ancora adolescente, attende la pioggia per strappare alla sabbia sugli argini del fiume la preziosissima creta con cui modella animali, alberi, casette, bamboline, in maniera veloce, precisa, da lasciare sbalorditi. È qui che nel 1935 assiste alla proiezione di King Kong – per lui come una folgorazione che lo porta a maturare la scelta: dedicarsi all’animazione. 

È qui che conosce Bruna, compagna di una vita. E da qui parte l’affascinante racconto di un Rambaldi inedito nel ricordo del figlio Victor, regista e sceneggiatore, cresciuto tra le mille fascinazioni di un universo fantastico, quello di un cinema capace di atterrire, commuovere e divertire senza gli artifizi del digitale ma con la tecnica e la passione.
Quelle che davano vita al “movimento”: uno sguardo, una piega delle labbra, l’alzarsi di un braccio. La vitalità trasfusa nell’inanimato. È il movimento a creare emozione, dice Rambaldi. «Quando, da bambino, visitavo il suo laboratorio, lo vedevo sempre assorto, sigaretta fumante in bocca, a studiare un progetto meccanico, a modellare qualcosa o a costruire le leve di un marchingegno usando il cartoncino – racconta Victor, autore del saggio Carlo Rambaldi, una vita straordinaria (Rubbettino) -. Qualsiasi problema era già risolto nella sua mente, e, quando si trattava di spiegarlo a qualche collaboratore, si spazientiva se questi non capiva immediatamente. Era di buon umore di rado, sempre concentrato sul prossimo progetto, consapevole di avere un’enorme responsabilità nei riguardi del produttore, ma anche dello stesso film e quindi degli spettatori che andavano a vederlo. Non c’erano scappatoie sulla qualità dell’effetto. Doveva essere perfetto».

La carriera di Rambaldi ha avuto due grandi periodi, quello italiano (1957-1975) e quello americano (1975-1997). Come sono stati gli inizi? Il periodo italiano è stato la sua palestra. Tutto il lavoro fatto per oltre 50 film realizzati in Italia gli ha conferito l’esperienza necessaria a creare poi i futuri capolavori, King Kong, Alien ma soprattutto E.T. Purtroppo i produttori italiani non lo apprezzavano. Sapevano che era l’unico, a Roma, a risolvere determinati effetti speciali in maniera stupefacente, ma la maggior parte di loro – come spesso accade – voleva avere innanzitutto il ritorno economico sull’investimento iniziale. Questo, quasi sempre, si basava sulla possibilità di avere nei film nomi di grande richiamo (come Mastroianni, Manfredi, Tognazzi, Loren) più che sulla bontà dell’effetto in sé. In quasi tutti i film girati in Italia, il suo nome non compare nemmeno nei titoli di coda. I produttori italiani si rivolgevano a mio padre a film quasi ultimato, riservando per i “trucchi” i rimasugli di un budget andato interamente al cast artistico e al regista. Lui riusciva però sempre a dare al film molto di più di quello che il budget avrebbe consentito.

Poi arrivò il passaggio da Cinecittà a Hollywood. Ne fu felicissimo. Capì subito che il suo lavoro avrebbe preso una nuova fisionomia negli Stati Uniti. Era un altro pianeta. Innanzitutto i budget erano di gran lunga maggiori, non certo perché si sprecassero i soldi, anzi, ma perché si puntava alla qualità del lavoro come elemento essenziale per il successo del film. Gli americani dimostravano stima infinita nei suoi confronti. Quando il Servizio dell’Immigrazione gli conferì la residenza ufficiale nello Stato della California, la motivazione fu: Carlo Rambaldi è considerato un cittadino utile al progresso tecnologico della nazione.

Parliamo dei capolavori: King Kong, Alien, E.T. Tre problemi difficilissimi da risolvere, tre responsabilità enormi sulle spalle. Per King Kong e per E.T. mio padre dovette compiere un vero e proprio salvataggio: sia Dino De Laurentiis che Steven Spielberg avevano commissionato gli effetti per i loro film a quelli che erano ritenuti i migliori di Hollywood nel settore, ma i prototipi non funzionavano ed erano concettualmente sbagliati. Lui riuscì a risolvere.

Tre Oscar vinti, qualcosa di stratosferico, per rimanere in tema. Come li ha vissuti Rambaldi? Quando si vince un Oscar, l’esperienza è talmente incredibile da sembrare un sogno. Quando se ne vincono tre in sei anni non ci sono parole per descrivere le emozioni che si provano: vuol dire essere arrivati in cima alla vetta nella propria professione, vuol dire essere il numero uno a livello mondiale e oltre non è possibile andare.

Una carriera straordinaria, dove pure non è mancata qualche amarezza. Per moltissimi anni mio padre ha coltivato il sogno di realizzare il vero Pinocchio cinematografico. Aveva infatti preparato quasi 100 tavole a colori, narrando graficamente le avventure del burattino.  Negli anni ’70, partecipò alla realizzazione di un meraviglioso prototipo capace di fare tutte le azioni richieste dalla storia di Collodi. La produzione però decise di accantonarlo, adducendo argomentazioni discutibili, come ad esempio che costava troppo, ignorandone le grandi potenzialità. Mio padre soffrì moltissimo, lamentando il fatto che regista e produttore non avevano capito che un effetto speciale di quel calibro meritava molta più considerazione e non solo un mero calcolo economico. Ma erano altri tempi. Fu un’enorme opportunità mancata. I 95 dipinti per il racconto di Collodi sono stati pubblicati, nel 2014, da Rubbettino nel libro strenna Il mio Pinocchio. Era uno dei sogni di mio padre.

Le vostre strade professionali si sono pure unite per un momento. Io ho scelto un campo diverso dal suo, pur lavorando sempre nel cinema. Con mio padre ho condiviso l’amore per l’immaginazione e la creatività, nonché per l’arte, soprattutto la pittura, la scultura e la musica. Lavorare insieme a lui era una continua sfida, giocavamo a chi “ne sapeva di più” su alcuni argomenti, anche tecnici, come ad esempio la fotografia. Parlando lo stesso linguaggio, ci si capiva con uno sguardo. Lui ha collaborato ai miei primi due film (Il bersaglio e Yorhad) realizzando, ovviamente, gli effetti speciali. Sempre pronto e disponibile, fossi io il regista o Steven Spielberg, per lui era uguale. Sempre grande professionalità, lealtà e altruismo, i tratti distintivi della sua vita.

E.T., GENESI DI UN CAPOLAVORO (da Carlo Rambaldi, una vita straordinaria)

Settembre 1982. In un cinema di Città del Messico è in corso la proiezione di un film destinato a diventare uno dei blockbuster di tutti i tempi. Si tratta di E.T.- l’extraterrestre, diretto da un grande di Hollywood, Steven Spielberg. La pellicola, uscita in giugno, è un successo istantaneo mondiale. (….) Carlo ancora non lo sa ma il biennio 1981-82 sarà il più importante della sua straordinaria carriera e della sua vita personale e professionale. E.T., il protagonista del leggendario film di Steven Spielberg, lo innalza laddove nessun costruttore di creature era mai arrivato. (….) Si ritrovano in laboratorio. Appena entrato, Spielberg è attratto da un enorme poster al muro: la Creazione di Adamo, affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina. Adamo, nel sollevarsi da terra, tende un braccio verso Dio che, a sua volta, gli porge la mano destra. Come una folgorazione, nella mente di Spielberg prende forma il futuro poster del film. Ma circa l’aspetto del piccolo alieno, Spielberg è in alto mare. Dev’essere un «bambino-vecchio», di età indefinibile, molto innocente e soprattutto vulnerabile. Al contempo deve arrivare da un pianeta molto avanzato dal punto di vista tecnologico, possedere qualità telepatiche, essere anche buffo, curioso e un pochino goffo. (…) Carlo si mette al lavoro. Quanta intuizione psicologica deve esserci nella sua mente? Spielberg si è appena confessato con lui, e lui deve ora trovare la soluzione, in linguaggio cinematografico. Deve inventare il suo salvatore, entrare nella sua immaginazione infantile per ricreare l’amichetto perfetto che Spielberg sognava giungesse a redimere la sua vita. (…)

Carlo disegna alcuni bozzetti ma li trova insoddisfacenti. Un giorno sta osservando il gatto di casa, un bellissimo himalayano femmina di nome Chicca, sua passione, ed ecco l’IDEA. Il felino, incrocio tra un persiano e un siamese, ha il muso un po’ schiacciato nel quale brillano due occhi azzurro-blu magnetici, esprimenti tutta l’innocenza distaccata tipica dei gatti, animali che, all’opposto dei cani, conservano una spiccatissima personalità propria, misteriosa e riservata, un po’ da extraterrestre (non a caso adorati come divinità dagli antichi egizi). Carlo lo fotografa da ogni angolatura e inizia a sperimentare facendo dei bozzetti. Mantenendo la linea periferica della testa, sposta gli occhi lateralmente, alzando e arrotondando il naso per allinearlo ad essi. Elimina ovviamente le orecchie e allunga marcatamente il cranio in avanti, per esplorare l’ambiente che lo circonda, ispirazione, questa, tratta dal dipinto Donne del Delta, del 1952. In seguito sviluppa in modo marcato la muscolatura intorno agli occhi per conferire la più vasta gamma di espressioni. Infine, aggiunge le rughe inserite in un aspetto infantile, per integrare l’idea di «bambino-vecchio» vulnerabile che Spielberg si portava dentro, senza che nessuno gliela avesse mai saputa disegnare. Invece Carlo completa un autentico identikit in cui il regista si rispecchierà. (…) Attraverso bozzetti dettagliatissimi, Carlo crea ogni possibile espressione facciale dell’extra-terrestre, alla ricerca di sentimenti per un volto che non ha un corrispettivo in natura, e non è mai stato concepito prima. Invita di nuovo Spielberg nel suo laboratorio e gli mostra il modellino, alto circa trenta centimetri, in gesso. Il regista rimane allibito. Quella creatura che gli sta davanti corrisponde esattamente al suo immaginario di bambino, anzi, in un modo tale che neanche lui avrebbe saputo disegnarlo meglio. Subito intuisce che il personaggio ha enormi potenzialità. È carismatico, innocente, indifeso, e sembra avere il cuore più grande del mondo. Risponde a tutte le specifiche che lui aveva chiesto per il film. È già una favola stare lì a guardarlo. Spielberg, emozionato, incita Carlo a proseguire il lavoro. (…)

 

Le foto, tratte dal libro Carlo Rambaldi, una vita straordinaria, sono state gentilmente concesse dall’editore Rubbettino.

 

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