A dime a dozen, Marelli sulle tracce di Hemingway

cover_marelliIl sole è appena spuntato ma siamo in strada già da un po’. Ho un sonno terrificante. Il barile di nescafé trangugiato a occhi chiusi non fa nessun effetto…

Un esordio sorprendente con Altre stelle uruguayane, nel 2013, finalista al Premio Bancarella Sport; nel 2014 esce Pezzi da 90, raccolta di racconti sul calcio mondiale. Ora A dime a dozen, il nuovo romanzo, da poco nelle librerie. Avvincente narrazione on the road sulle tracce di Hemingway. Stefano Marelli è ritenuto uno dei migliori scrittori apparsi sul panorama letterario negli ultimi anni. Nato a Cantù (Co), vive a Sagno, nel Canton Ticino, e pubblica con Rubbettino, casa editrice calabrese che ha scoperto il talento narrativo di Giuseppina Torregrossa, Gioacchino Criaco, Mimmo Gangemi e tanti altri.

Quando e come è nato A dime a dozenLo spunto per questo romanzo nasce attorno all’idea dei manoscritti scomparsi di Ernest Hemingway, a Parigi, nel 1922. L’episodio è vero, la prima moglie di Ernest riuscì a smarrire una valigetta che conteneva tutto ciò che il giovane aspirante romanziere aveva scritto fino a quel momento. Tutto scomparso, ogni esemplare, perfino le copie carbone. E di quei manoscritti non si è mai più saputo nulla.

marelli_1

Foto Amanda Ronzoni

Si salvarono soltanto un paio di racconti, che si trovavano sul tavolo di un editore che doveva decidere se pubblicarli o meno. Per Hemingway fu un’esperienza devastante, pensò addirittura di smettere di scrivere. Poi, per nostra fortuna, ci ha ripensato. Ma quella volta tutti noi lettori abbiamo davvero rischiato grosso. Una storia che, quando da ragazzino ne venni a conoscenza, mi aveva molto impressionato. E, come un tarlo, di tanto in tanto veniva a stuzzicarmi. E così, poco a poco, ha preso forma l’idea di una storia che andasse a scoprire quale destino era toccato ai racconti scomparsi di Hemingway. Ma il mio romanzo non parla solo di quell’episodio, è un’autentica ricerca di tracce hemingwayane, una sorta di omaggio alla sua vita e alla sua opera, ad alcuni luoghi strettamente legati a Ernest, e ai temi fondamentali che lui stesso ha trattato nel corso della sua carriera di romanziere.

tamanresset-algeria-1024x765

Tamanresset (Algeria)

Tutti i protagonisti del romanzo paiono avere qualcosa di te, qualcosa che riconduce alle tue passioni: Hemingway, il viaggio, la scrittura. Ma qual è quello più autobiografico?Credo, come dici tu, che in ogni personaggio ci sia – inevitabilmente – qualcosa di mio. In Miller ritroviamo la passione per la letteratura nordamericana: non soltanto Hemingway, ma pure Ring Lardner, O. Henry, John Fante e altri. E il suo viaggio americano nei luoghi hemingwayani ricalca i pellegrinaggi che io stesso ho compiuto in quella parte di mondo. Come Miller, ad esempio, anch’io sono tornato tre volte sulla tomba di Ernest, a Ketchum, nell’Idaho. In Blasco, invece, c’è il richiamo esercitato dal deserto, che in me, qualche anno fa, era stato fortissimo. Quando ancora si poteva fare senza correre troppi rischi, mi piaceva fiondarmi in Algeria, Libia e Tunisia a godermi le sensazioni che i deserti sapevano comunicarmi. Non solo quelli nordafricani, ma pure quelli andini, specie fra Cile e Bolivia, un’altra zona dove sono tornato più volte. Nel personaggio del Gusto, infine, ritroviamo i luoghi della mia infanzia e i racconti familiari delle avventure vissute dal mio bisnonno nel corso della Prima Guerra mondiale.

I tuoi romanzi hanno la struttura del “raccontarsi”. Qualcuno che narra la propria storia, qualcuno che ascolta, che a volte interagisce con domande topiche. È una scelta o è un tuo modo istintivo di narrare? Si tratta di una scelta, anche se non del tutto consapevole. Evidentemente è la forma che meglio si addice non solo al mio stile, ma pure ai temi che scelgo di trattare. L’idea di un personaggio che rivela antichi segreti è vecchia come il mondo, ma non ha mai perso il suo fascino. A me piace che a mediare fra narratore e lettore ci siano altri personaggi secondari, la cui presenza mi risulta utile a livello tecnico, ma non soltanto. Pure loro hanno storie da raccontare, vicende in apparenza minori, ma comunque in grado di dare un buon contributo all’intreccio, alla struttura stessa del romanzo.

marelli_2

Foto Amanda Ronzoni

Sei “arrivato” in Calabria grazie a un concorso che ti ha visto vincitore, Parole nel Vento, e a Rubbettino che ti ha pubblicato. Cosa pensi di questo incontro con il profondo sud? Cosa ne pensavi prima di questo stretto rapporto e cosa ne pensi oggi?Per me la Calabria era un mondo del tutto sconosciuto. Non ci ero mai stato, ci ero solo transitato velocemente un paio di volte andando in Sicilia, un sacco di tempo fa. Ciò che sapevo di questa terra stava tutto nelle notizie, molto spesso negative, capaci di giungere fino alla Svizzera o alla Lombardia. Ne avevo quindi un’idea molto limitata, e certamente assai distorta. Poi, grazie a Parole nel Vento e a Rubbettino, ho conosciuto persone davvero in gamba e luoghi incantevoli. Rubbettino, per tutta la regione, ricopre una grande importanza, la sua presenza è fondamentale, la qualità di ciò che pubblica non si discute.

Se dovessi consigliare un libro, non tuo ovviamente, tra quelli usciti di recente, quale consiglieresti e perché. La cosa migliore che ho letto nel corso dell’ultimo anno è senz’altro la cosiddetta Trilogia della pianura, di Kent Haruf. Crepuscolo, Benedizione e Canto della pianura sono tre autentici gioielli. Leggeteli. E quando li avrete letti, avrete voglia di partire per Holt, cittadina del Colorado che esiste solo nella fantasia di Haruf, ma dove vi sembrerà di aver vissuto da sempre. O comunque, di esserci cresciuti e di averla poi dovuta abbandonare per qualche strano motivo. Ma ora – finalmente lo avete capito ‒ è proprio lì che volete ritornare, per non lasciarla mai più. Holt è una Macondo del West dove i bambini hanno ancora l’abitudine di consegnare i giornali la mattina presto, prima di andare a scuola. E dove gli uomini, per sopravvivere, sono obbligati ad infilare le mani dentro il corpo delle vacche, per verificare se sono gravide. È un posto in cui si vive una vita solida e aspra, autentica come a volte solo la finzione riesce ad esserlo. Kent Haruf, con una scrittura onesta e pudica, stabilisce un’intimità disarmante tanto coi suoi personaggi quanto con i lettori. La sua prosa non ha nulla di lirico, ma quando chiuderete l’ultima pagina vi sentirete appagati come succede soltanto in presenza della vera poesia, e cioè assai di rado.

E perché consiglieresti di leggere A dime a dozenPerché è una storia corale, fatta di molte storie minori, un romanzo che parla di libri e scrittori, di Storia, e regala pure una buona dose di suspense e colpi di scena.

* Le foto di Stefano Marelli sono gentilmente concesse da Amanda Ronzoni

A dime a dozen, Stefano Marelli, collana Velvet, Rubbettino 2016

Annunci

3 pensieri su “A dime a dozen, Marelli sulle tracce di Hemingway

  1. Pingback: Stefano Marelli, A dime a dozen. Inseguendo Hemingway – Blog di Pina Bertoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...