A Berlino Est con Mario La Cava

Ora mi trovavo a Berlino Est e procedevo lentamente sulla Friedrichstrasse, lunga e desolata, con le sue poche macchine, con i suoi negozi negletti dove la merce sembrava restare invenduta tra la polvere. Alti palazzi la fiancheggiavano, tutti privi di carattere, tutti uguali per mancanza di fantasia e predominio di fredda ragione. Una città priva di corpo come mostruosa testa priva di vita.

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La Germania del 1964 è un Paese diviso dalla cortina di ferro e che ancora deve metabolizzare la tragedia nazista: una nazione alle prese con dolorose analisi viscerali e un diffuso bisogno di giustificarsi e “assolversi” agli occhi del mondo. Mario La Cava (Bovalino 1908-1988) si reca in  Germania a quasi venti anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, tre dopo la costruzione del muro. Conosce un popolo disorientato e ferito, tormentato, come sospeso tra l’accettazione di una condanna inevitabile e il bisogno di assoluzione. 

La Germania dopo il genocidio, dopo l’orrore, forse sconosciuto, forse taciuto, infine svelato agli occhi del mondo. Berlino dopo il muro, dopo la divisione materiale e il laceramento spirituale: una città priva di corpo come mostruosa testa priva di vita, scrive lo scrittore calabrese. Berlino e la sua gente. La Cava mette al centro sempre l’uomo: sentimenti, contraddizioni, debolezze. Dagli umili di Calabria, che affannano tra le asperità di una terra tanto bella quanto ingenerosa, alla signora Olga Sirke, mite pensionata con cui parlare del passato, della guerra. Un filo sottile dal sud del mondo al cuore dell’Europa, lo stesso respiro. Perché è dell’umanità che Mario La Cava andò in cerca nei suoi viaggi, facendone poi scrittura realista, asciutta. La gente di Calabria e quella tedesca, gli intellettuali e i semplici. Loro – tutti loro – per lui più significativi di qualunque fatto storico, più importanti di qualsiasi vicenda collettiva. La dimensione del viaggio, in Italia e all’estero, gli diede la possibilità di esprimere per intero il proprio universo interiore, la complessità del suo pensiero e, di fatto, la sua stessa umanità. Con sguardo aperto, pensiero libero. La capacità di cogliere le miserie dell’individuo, i luoghi reconditi della mente, gli angoli tormentati dell’anima. «Tutto il mondo è addosso a noi per le atrocità commesse… Come se l’Inghilterra, come se la Russia…per colpa di una minima percentuale di tedeschi… l’uno per cento, il due per cento… gli altri non sapevano niente… E intanto tutti siamo coinvolti nell’odio del mondo..», dice a La Cava un professore dell’Accademia di Berlino, latinista. Cerca motivazioni, giustificazioni. Si affanna alla ricerca di un qualcosa che renda meno pesante l’appartenenza a quella nazione, a quella Storia. Perché la Storia passa soprattutto sulle spalle della gente comune. Solo sulle spalle della gente comune. E La Cava ne coglie tutto intero il peso schiacciante, lì, negli occhi accesi del professore. Invano mi affannai a dimostrare che le persecuzioni naziste avevano un carattere teorico dal quale discendevano, che non si poteva riconoscere nelle esplosioni di ferocia degli altri popoli in guerra, per cui accettare quelle teorie significava giustificare i delitti che lo accompagnavano, e che in ogni modo non c’era da fare confronti sull’estensione e sul modo degli assassinii: il professore non si convinceva; per lui il mondo era ingiusto nei confronti dei tedeschi, scrive. E più o meno allo stesso modo accade con l’anziana Gertrud, amica per corrispondenza. Lo scrittore non cerca la via per aprire gli amici berlinesi a una visione più realista di quell’orrore, sarebbe per loro troppo doloroso, insopportabile. Cerca e trova, come sempre nei suoi innumerevoli incontri, quel riconoscersi l’un l’altro come esseri umani. Quello “scambio” di sentire a livello profondo, assoluto. E ne fa letteratura.

GERTRUD (Germania inquieta)

di Mario La Cava (6 giugno 1964)

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Sono amico di una gentile signora tedesca di 72 anni. Non l’ho mai conosciuta di persona, mi è diventata amica per corrispondenza, tanto amica da confessarmi la sua non più tenera età, e tanto entusiasta di me (dei miei buoni sentimenti) e dell’Italia tutta, da farmi stupire ogni volta che fosse una donna anziana a parlarmi in quel modo e non una ragazza esuberante di vent’anni. Mi vergognavo del fatto di apparire ai suoi occhi più conforme al modello ideale di un’Italia civile e generosa che non alla singolarità della mia natura, e non sapevo come contenermi per non disilluderla troppo col mio comportamento, pur restando sempre nei limiti della schiettezza e della precisione. Così, ci intendemmo pienamente sulla necessità di odiare il nazismo quale si era manifestato soprattutto nella nazione tedesca, per la comune umanità che ci unisce, e sul dovere della vigilanza per non creare quelle situazioni che resero possibili gli orrori del passato. Su questo punto il parere della signora era che i sospetti del mondo fossero infondati, tanto la ripugnanza dei tedeschi di oggi per tutto ciò che significasse nazismo, era competa e irrevocabile. L’enormità di quei delitti suscita spavento, occorre uno sforzo della mente per crederli possibili; ed il cuore dell’uomo è stretto dall’angoscia. La buona signora era atterrita e, come ogni persona ragionevole, cercava di risalire all’origine della stortura per scagionare il popolo tedesco dall’infamia commessa soltanto da una minoranza di esso. Così mi ricordava le condizioni di sfacelo in cui si era trovata la nazione tedesca dopo il trattato di Versailles, e come su quello spirito di estrema umiliazione, la propaganda nazista per la rivincita avesse fatto presa. Gli stessi ebrei, come gruppo sociale, non avevano mancato di provocare con il loro comportamento ciò che poteva sembrare agli inizi una reazione legittima di difesa del popolo tedesco. Evitammo di discutere quale fosse il cattivo comportamento degli ebrei e che cosa si dovesse intendere per reazione di difesa del popolo tedesco: se per il primo argomento la provocazione consistesse nell’essersi destreggiati meglio nella disfatta o nell’averla sfruttata a proprio vantaggio o nell’averla orientata a fini rivoluzionari: o tutte queste cose insieme, e se per il secondo argomento fosse chiaro che si trattasse del popolo vinto dalla fame o di chi ne dirigeva l’azione per i propri fini. A me bastava che tutto quello che accadde dopo fosse presente alla coscienza della signora, con tutto il suo orrore; e in realtà le parole di lei lo rivelavano con straordinaria efficacia, con intensa passione. Mi disse che il nazismo, camuffandosi abilmente in un movimento capace di riportare la nazione al rispetto di quei valori morali che sempre hanno costituito il fondamento del successo dell’azione politica, riuscì a ispirare credito perfino in quegli uomini democratici che mai successivamente dovevano rinnegare le loro idee o di venire meno nella condotta pratica ai doveri comuni dell’uomo. Accettai la buona fede di costoro, se non il loro acume, e trovai che qualcosa di simile era accaduto in Italia dove molti borghesi dabbene aderirono in un primo tempo al fascismo, salvo a staccarsi da esso una volta riconosciuta la sua natura violenta e declamatoria. Diamo intanto un nome a codesta signora, chiamiamola col nome tutto tedesco di Gertrud, che è poi il suo vero nome. Diamole un luogo di origine, che era la Prussia orientale, donde fu allontanata a causa delle conseguenze della guerra e della nuova distribuzione delle popolazioni. Vive ora in una cittadina della Germania occidentale, interessandosi a opere di bene per i suoi parenti o amici più bisognosi o insegnando lingua italiana ai suoi connazionali. Suo marito era professore ed esponente democratico, così come suo fratello. Del primo rimpiange la perdita, nella sua vedovanza priva del conforto dei figli. La rettitudine, la bontà e la cultura di lui erano esemplari. Eppure, anch’egli, che sempre era rimasto coerente a se stesso nelle sue idee liberali, non aveva potuto non approvare da principio l’avversione di Hitler contro la letteratura oscena del tempo, tanto il nazismo sapeva bene nascondere i suoi fini perversi sotto le idee moralizzatrici e tanto era difficile riconoscerli a prima vista. Evitiamo, al solito, di chiarire se le stesse idee moralizzatrici del nazismo non fossero di natura tale da mettere in sospetto l’uomo comune in qualunque altro Paese, e se l’accusa di oscenità contro la letteratura o l’arte del tempo non nascondesse il fine di stendere un velo di ipocrisia sopra di esse, colpendo altresì le idee politiche di rinnovamento che vi erano implicite. Può anche darsi che in taluni casi l’affermazione della libertà dei costumi, magari l’oscenità vera e propria si accompagnasse con lo slancio rivoluzionario che dopo la disfatta era il sentimento più genuino di quella cultura e che esso si fosse voluto colpire sotto l’apparenza della volontà moralizzatrice.

Grazie a Rocco e Grazia La Cava, figli dello scrittore, e al Caffè letterario Mario La Cava, presieduto da Domenico Calabria, per avere gentilmente fornito scritti e notizie.

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