Il sud bello e spettrale di De Seta – Dialogo con Paolino Nappi

Regista indipendente e controcorrente, Vittorio De Seta (Palermo 1923 ‒ Catanzaro 2011) ha fatto scuola. La sua opera complessa e multiforme mantiene una straordinaria attualità. Basti pensare a due nomi su tutti, Francesco Munzi e Michelangelo Frammartino, registi giovani e pluripremiati, il cui “realismo” filmico attinge alla lezione desetiana. Ne parliamo con Paolino Nappi, italianista, esperto di cinema, autore di un saggio su De Seta, L’avventura del reale (Rubbettino 2015).

Nel libro, parla di “metodo De Seta”. Che cosa intende? Mi riferisco a un modo di intendere il cinema e di conseguenza una concezione del mondo propri di questo artista, ma anche – direi – un modo di “stare” al mondo.

Prendendo le mosse da alcuni fondamentali e rivoluzionari assunti del cinema neorealista, De Seta negli anni Cinquanta trova la propria strada, in solitudine, facendo del cinema un modo per entrare in un mondo che non gli appartiene ‒ il Sud contadino ormai prossimo al tramonto ‒ e raccontarlo con rispetto e dignità, celebrarlo con una forma estetica alta. Nel corso degli anni il metodo De Seta è soprattutto questa capacità di approcciare il reale senza idee preconcette, mettendosi in discussione. Un metodo che rimane fedele a se stesso proprio nella sua mobilità, nel lasciar dettare alla realtà l’andamento e la forma del film.

Perché è stata così difficile l’affermazione di De Seta? Per diversi motivi. Intanto, per l’inevitabile marginalità del “genere” documentario, da sempre il fratello minore o il cugino del film per eccellenza che è quello di finzione. Sebbene De Seta sia stato uno dei più lucidi contestatori dell’inconsistente contrapposizione netta tra documentario e finzione, è pure evidente che molti dei suoi film non potevano avere la visibilità che meritavano. Se pensiamo ai cortometraggi degli anni Cinquanta, gli stessi che molti anni dopo Martin Scorsese avrebbe “scoperto” con entusiasmo contribuendo al loro recupero, all’epoca della realizzazione erano stati considerati dalla distribuzione più o meno alla stregua di riempitivi della programmazione. C’è poi la questione di un’altra marginalità, che direi consustanziale al cinema di De Seta: la libertà e l’indipendenza costantemente perseguite dal cineasta mal si adattavano a un sistema irreggimentato e a un modo di lavorare codificato, a cominciare dallo strapotere della sceneggiatura, una vera spina nel fianco per un regista che non poteva accettare l’idea di arrivare sul luogo delle riprese con un copione da seguire “senza cambiare una virgola”. Si consideri poi che una parte importante della sua opera, a partire dall’unico vero successo di pubblico, Diario di un maestro, fu girata per la Rai, che da parte sua non fece molto per promuoverla. Per non parlare di In Calabria, che la tv di Stato relegò per moltissimo tempo nei magazzini.

Parliamo di De Seta e la Calabria. Rapporto personale e rapporto artistico. Sì, in effetti il rapporto di De Seta con questa regione ha diverse nature. Intanto, quella personale: la famiglia del regista è di origini calabresi; il nonno, prima di trasferirsi in Sicilia, era stato sindaco di Catanzaro. All’inizio degli anni Ottanta, poi, dopo la morte della moglie Vera Gherarducci, De Seta sceglie di fare il contadino in un paese della Calabria, Sellia Marina, dove si ritira per prendersi cura dell’uliveto di famiglia. Semplicemente, e con grande onestà, prende atto di non avere più niente di importante da dire e, per non perdersi in progetti in cui non avrebbe creduto, dà inizio a un’altra fase della propria vita, in un pezzo di quel sud che non aveva smesso di raccontare nei suoi film. Negli anni Novanta torna dietro la macchina da presa per girare un grande documentario proprio sulla regione in cui ha deciso di vivere: In Calabria è un grande film sulla fine di un mondo che è anche, in fin dei conti, la fine del mondo. Della civiltà che aveva rappresentato, nel suo isolamento ma anche nell’ancestrale rito arboreo, in I dimenticati, il documentario del 1959 girato ad Alessandria del Carretto, nel film di trentacinque anni dopo resta solo una traccia struggente. La Calabria è una terra bellissima ma anche spettrale, popolata di fantasmi, di cose abbandonate, suppellettili avvolte dalle ragnatele in una casa in cui non vive più nessuno, ma anche i resti desolati di un’industrializzazione fallita. Molti anni dopo, nel 2008, girerà Articolo 28 (Pentedattilo), in cui si indica una strada possibile per riempire quei vuoti, la via dell’accoglienza degli uomini e delle donne che vengono da altri sud del mondo. Un’indicazione che mi sembra quanto mai attuale, e anche in questo caso, urgente.

Cosa rappresenta oggi per la Calabria e per il sud il cinema di De Seta? Il cinema di De Seta è un cinema della vita e per la vita. In questo senso va interpretata una delle sue professioni di “fede” artistica, l’idea che un film debba essere, prima ancora che bello, utile, al servizio dell’umanità. In questo senso non possiamo non riconoscere che il lascito di De Seta alla Calabria e al sud sta certamente nel grande valore testimoniale della sua opera, ma soprattutto in quello che ci sprona a pensare e a costruire. Allora l’“uso” che possiamo fare del cinema e del pensiero di De Seta risponde soprattutto al bisogno di trovare un’altra via, che passi necessariamente dalla cognizione di quello che il sud è stato, di quello che avrebbe potuto essere (De Seta si chiedeva spesso, negli anni Settanta: “Non era possibile un progresso senza distruzione?”), per continuare a pensare alla questione di sempre, quella di come vivere insieme, di come stare al mondo. Riguardare le immagini del grande cinema desetiano alla ricerca non di un oggetto nostalgico del passato da contemplare, dunque, ma della messa in discussione del presente.

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