“La regia si impara, ma non si insegna”: Amelio e Munzi dialogano sul cinema

cover_amelio_munziUn lungo dialogo: domande, risposte, riflessioni. Gianni Amelio e Francesco Munzi si interrogano e si raccontano. Da soli, per decine di ore di registrazione. Insieme, docente e allievo, venti anni dopo. È il 1997 quando Munzi, giovanissimo, studia regia al Centro sperimentale di Cinematografia, a Roma, e incontra un insegnante particolare: Amelio. Nel 2015 si ritrovano e nasce “L’ora di regia”, un affascinante percorso a due voci dentro il cuore del cinema (prefazione di Emiliano Morreale).

L’insegnamento, l’apprendimento, il senso di un mestiere che scopriamo fatto di solitudine. Ma anche le loro esperienze, le difficoltà, i successi. Con tono lieve e complice ricordano gli inizi: per Amelio una straordinaria esperienza da assistente accanto a un regista controcorrente come Vittorio De Seta; la magia del teatro dei burattini per Munzi. E poi quel filo rosso che li unisce: il sud con i suoi sentimenti estremi, con quella capacità di offrirsi nel bene e nel male alle loro indimenticabili narrazioni filmiche. Perché Gianni Amelio è calabrese, di San Pietro Magisano (provincia di Catanzaro), e la Calabria è un po’ il filtro e la lente di ingrandimento per le sue storie “ai margini”. Francesco Munzi, romano, un po’ calabrese lo è pure, di adozione, dopo gli anni passati tra l’Aspromonte e la costa ionica a immaginare, scrivere e girare “Anime nere”, conquistato e ispirato dal dirompente noir di Gioacchino Criaco (Rubbettino). Anche lui nelle pieghe più scure del sud più misero trova l’angolazione giusta per raccontare il mondo. La lettura della conversazione tra i due, accompagnata da una lunga carrellata di immagini, è un imperdibile incontro-confronto sul mondo del cinema e sul loro peculiare modo di viverlo, sui temi verso cui ciascuno tende: Amelio, che spesso muove dai sentimenti per approdare a una dimensione di impegno civile, politico, e Munzi che indaga microcosmi dove valori e orrori si fanno sentire universale.

Ma al centro del lungo colloquio c’è inevitabilmente la dimensione artistica e professionale dell’essere regista. L’occasione di fare il punto su un mestiere, come dicevamo, solitario. Il mestiere del “cireneo”, pesante e solitario come il percorso del mercante di Cirene che, per un certo tratto di strada, fu costretto a portare la croce di Cristo verso il Golgota, dicono Amelio e Munzi. Perché il regista deve farsi carico di tutto ciò che riguarda il film, anche dei problemi altrui. A dispetto di affollatissimi set, cast e squadre di professionisti, che pure rivestono ruoli fondamentali nella realizzazione di un film, le scelte ricadono comunque sul regista. Un mestiere per forza individualista, infine. E in quanto tale non trasmissibile. O almeno non nel senso più comune del rapporto tra docente e allievo. «La regia si impara, ma non si insegna. Non state seduti ad aspettare che qualcuno vi riveli la regia, perché la regia non si rivela, è un fatto composito. Non esiste la regia, ma le regie… la mia, la tua…» dice Amelio. «L’aspetto personale ed empirico prevale su quello teorico e d’insegnamento, la regia e il cinema non sono una scienza esatta…» sottolinea Munzi. E pensano a qualcosa di diverso dalle lezioni classiche davanti a una classe. Piuttosto a un incontro-scambio tra docente e singolo studente, come ha iniziato a fare Amelio. Una dimensione in cui “trarre fuori” il senso della regia, un senso sempre differente, sempre nuovo. Tutto questo, e molto altro, è “L’ora di regia”: un film, potremmo dire, fatto di immagini e parole, considerazioni, indicazioni, aneddoti. Per chi sta percorrendo la strada della regia. E per chi ama il cinema.

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