L’arcaico futuro di Nik Spatari

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Il vento porta con sé voci, suoni e immagini. Una folata avvolge gli alberi di ulivo facendoli divenire onde. Un soffio scompiglia i capelli di Spatari. Su MuSaBa il vento è perenne. Sospinge, abbraccia, trascina e accompagna; leggero o forte, sempre dolce. Lì, sul promontorio di Santa Barbara, nella vallata del Torbido. Crocevia di storie catturate dal genio di Nik Spatari e trasformate in arte. 

Dipinti, statue, mosaici, opere architettoniche. Come “La rosa dei venti”, la nuova ala del museo, a pochi passi dai resti dell’antica grangia certosina e della cappella che ospita “Il sogno di Giacobbe”. Un’altra costruzione pietra su pietra. Nel punto più alto del parco. E il nome evoca molteplici suggestioni. Strumento plurimillenario che accompagnava per mare i popoli del mediterraneo, segna i punti cardinali e, spesso, pure le posizioni intermedie, “La rosa dei venti” sembra farsi metafora dell’intero universo creativo e artistico di Spatari. Una delle più antiche “rose” di cui si ha notizia risale ai tempi di Omero; di fattura rudimentale, con l’indicazione di due soli punti cardinali e un unico vento, lo zefiro, per indicare l’ovest, e a est Eos, l’aurora, per designare il punto in cui sorge il sole. Dopo ne vennero molte altre, sempre più complesse. Come l’ispirazione di Nik, che parte da lontano, dalla protostoria, per attraversare stratificazioni di epoche e di spazi, fino a un futuro immaginato dove non appaiono più confini temporali ma solo la straordinaria energia dell’uomo e della vita. Una dimensione “unica”, che possiamo pensare sospinta fino all’acrocoro di Santa Barbara da quei venti che soffiano incessanti, intrecciandosi o scacciandosi a vicenda, trovando lassù il punto nodale. Dalle pareti di vetro, la “rosa” di Spatari apre a uno scenario di grande impatto visivo ed emozionale, con lo sguardo che si perde all’infinito verso il mare, con la mente presa tra le suggestioni del passato e del futuro. Navicella per un pianeta dove rintracciare segni impressi sui muri rocciosi delle caverne come pure immagini che paiono arrivare dallo spazio. Perché così è l’estro visionario di Spatari.

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C’erano solo pochi ruderi, brandelli di mura ed erba secca quando Nik, più di quaranta anni fa, si innamorò di ciò che rimaneva del monastero medievale di Santa Barbara e dell’omonimo promontorio a strapiombo sul fiume Torbido. Un luogo abbandonato, ma di grande suggestione per l’artista nato a Mammola (RC), e presto trascinato dalla sua arte in una dimensione cosmopolita. Da lassù, Spatari “rivide” la battaglia della “Sagra”, lo scontro – nel VI secolo a.C. ‒ tra gli antichi locresi e i crotoniani, proprio lì sulle sponde di quello che poi sarebbe stato chiamato Torbido. Il vento impetuoso della sua inesauribile creatività lo riportò in quello spazio aperto di Mammola, affamato di passato e di futuro. Per una storia tutta da scrivere con Hiske Maas, compagna e musa ispiratrice. E lì ha immaginato e poi ricostruito – in qualche misura reinventato, visto i pochissimi resti da cui ripartire ‒ la Chiesa di Santa Barbara, riportando in vita ciò che era stato cancellato dal tempo impietoso e da ottusa incuria. Così come ha fatto, pezzo dopo pezzo, con tutto ciò che stava attorno: il vecchio complesso monastico, la stazione delle ferrovie calabro-lucane e i terreni brulli divenuti giardino. Quarant’anni di lavoro instancabile, realizzando uno straordinario equilibrio tra passato e presente, con il monastero certosino incastonato tra le opere antropomorfe e l’arte antica dei popoli asiatici che si avvolge alle radici della vallata, alle sue tracce di storia. Un universo denso di colori e immagini e testimonianze del passato, tra ulivi secolari e aranceti e canneti. MuSaBa, parco-museo-laboratorio, una magia. La forza del sogno contro le barriere della burocrazia, della diffidenza, della non-cultura. Contro tutto e tutti, ripete Hiske Maas. Perché quell’angolo sospeso nel tempo e nello spazio è stato da subito per lei e Spatari luogo di battaglia, trincea, presidio a difesa della storia. Alla fine degli anni Settanta, forse uno dei momenti più difficili: la battaglia per impedire che la costruzione della superstrada impattasse sull’insediamento protostorico conservato da MuSaBa. Petizioni, carte bollate, appelli per la difesa di un luogo dall’inestimabile valore archeologico e, infine, bloccati i lavori e condotti accurati sopralluoghi, il riconoscimento di quella zona come «sito di alto interesse storico». L’arte di Nik è esplorazione, sperimentazione e creazione di passato e futuribile. Una concezione della vita che “esplode” nelle sue raffigurazioni e che si concentra tutta in quella struttura in cemento, situata in alto, protesa verso l’infinito, come mille dita, come foresta senza tetto, come cattedrale gotica: il “Concetto universale”, i pilastri colorati di un mondo speciale che Nik riesce a guardare ancora con gli occhi del bambino che disegnava figure sulla sabbia e i primi murales, qui, sulla costa ionica della Calabria. Nel museo propriamente detto (l’antica chiesa di Santa Barbara), la volta dedicata a Campanella e Michelangelo – perseguitati per le loro idee, come pure è avvenuto, in diverso modo, a Spatari – incombe sul visitatore con la rappresentazione del “Sogno di Giacobbe”, un dipinto tridimensionale composto da figure disegnate sul legno e applicate al soffitto come bassorilievi sospesi nello spazio: duecentoquaranta metri quadri di colore, forme plastiche e paesaggi tanto antichi quanto moderni per una “narrazione” che intreccia il tormentato personaggio biblico ad ampie citazioni autobiografiche. Poco più giù, la foresteria è sovrastata da un guerriero in marcia, alto quindici metri, riproduzione di statuette mesopotamiche, mentre sulla parete esterna un coloratissimo mosaico di piastrelle ridisegna culti egizi.

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Un incredibile luogo in stato di perenne “sospensione”, un altrove neppure immaginabile da lì, dai rumori della vicinissima strada a scorrimento veloce. Eppure, appena arrivati, il rumore si allontana ben più di quanto la reale distanza potrebbe far pensare. Quasi ci si trovasse nella bolla ovattata di un luogo del passato o del futuro. La dimensione dell’arte di Spatari. Che, nei circoli parigini, ha scambiato idee e pensieri con i più grandi artisti del ventesimo secolo: Malraux, Le Corbusier, Sartre e poi Picasso, Guttuso, Montale. Ma ha scelto di tornare e di restare nella sua terra «per un atto di disperata volontà creativa», ha scritto Bruno Zevi, per realizzare il sogno di un «arcaico futuro», tra archetipi millenari e sperimentazioni oltre il tempo.

spatariNOTA BIOGRAFICA  – Nik Spatari, nato a Mammola nel 1929, è artista poliedrico: pittore, scultore, architetto e artigiano. A soli tre anni, disegnava le sagome delle barche sulla sabbia e, a nove, vinceva il premio internazionale di disegno dell’asse Roma-Tokio-Berlino, il primo di una lunga serie. Dalla vallata del Torbido ha assorbito la visione della natura e della storia primordiale, trasformandola in un patrimonio da “rimandare” all’esterno attraverso le molteplici forme espressive consentite dall’arte. Condannato da piccolo alla sordità, a causa di una malattia, ha acuito gli altri sensi, imparando ad “ascoltare” i colori, la materia, le immagini, l’anima del mondo. Giovanissimo scoprì la dimensione cosmopolita dell’arte conoscendo, tra gli altri, Jean Coteau, Le Courbusier, Picasso, Guttuso, Rotella. Il 1963 è l’anno dell’incontro con l’artista olandese Hiske Maas, compagna di vita con cui ha intrapreso un percorso di ritorno alle origini e avviato la creazione di MuSaBa. Bruno Zevi lo definisce “spirito creativo, inquieto ed eretico, alla stregua di Michelangelo, Brunelleschi, Borromini, Eisenman”, chiarendo così l’impossibilità di collocazione in qualsivoglia corrente artistica. Spatari non è “catalogabile” se non tra i grandi maestri di tutti i tempi. Per lui non esistono gabbie o sentieri da seguire: la sua immaginazione, l’estro e l’intuito sono imprevedibili, sconfinati. Oltre la superficie, oltre l’orizzonte, oltre le barriere temporali e sensoriali. Un universo nuovo e antico e fantastico.

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